Il presidio
«Profondo sconcerto È stato trascurato l’inserimento nel contesto storico»
Dure critiche sulla realizzazione dell’intervento da parte dell’assessore e ingegnere pisano Dringoli
pisa. Il nuovo polo didattico dell’ateneo pisano? «Non si può tacere come il suo inserimento in un ambito particolarmente delicato del centro storico susciti un senso di profondo sconcerto». Sono parole dell’assessore all’urbanistica del Comune di Pisa, Massimo Dringoli. Martedì scorso l’assessore e ingegnere pisano era all’inaugurazione del nuovo complesso intitolato “San Rossore 1938”. Non si è subito espresso nel merito: ha aspettato 24 ore dal taglio del nastro. Poi ha affidato a una lettera tutte le sua perplessità rispetto all’impatto del sistema di edifici collocato nell’area ex Guidotti tra le vie Risorgimento e Nicola Pisano, di fronte alle mura storiche di Pisa e a pochi metri dalla piazza Duomo.
«Ho potuto constatare come l’edificio, progettato dallo studio svizzero Diener & Diener, presenti indubbiamente soluzioni innovative di grande pregio per quanto riguarda, innanzitutto, il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale, impiegando le tecnologie oggi più avanzate - scrive l’assessore -. Presenta inoltre un’architettura degli spazi interni che non solo consente un’estrema flessibilità funzionale, ma è anche adeguata alle esigenze contemporanee sia della didattica che della vita associata che ospiterà. Sotto questi aspetti costituisce quindi un notevole miglioramento dell’offerta didattica e culturale dell’Università di Pisa. Di tutto questo l’Università può andare orgogliosa».
Poi le (numerose) note dolenti: «Non si può tuttavia tacere come il suo inserimento in un ambito particolarmente delicato del centro storico susciti un senso di profondo sconcerto - prosegue Dringoli -. Ogni opera di architettura definisce, insieme alla forma, anche la qualità di uno spazio urbano. Sembra, però, che in questo caso la grande attenzione indubbiamente rivolta alla tettonica della costruzione abbia indotto i progettisti a trascurare del tutto l’inserimento della sua architettura nel contesto storico della città. La nuda struttura muraria densa di memorie storiche costituita dalle mura urbane che la fronteggiano su via Nicola Pisano sarebbe stata maggiormente rispettata e quindi valorizzata se contrapposta ad una modernità che fosse evocata da un senso di leggerezza, anziché dalla compatta stereometria delle pesanti masse cementizie della struttura scatolare che è stata realizzata. Si può ricordare, a questo proposito, come il contrasto tra la semplicità formale della stazione di Santa Maria Novella e la ricercata eleganza delle vetrate dell’abside e dello snello campanile gotico della Basilica che le sta di fronte stabilisca un rapporto di reciproca valorizzazione. E considerare anche che nella stazione di Michelucci il materiale che caratterizza il fronte principale è la pietra forte fiorentina, mentre qui è assente qualsiasi richiamo alla tradizione locale. Non basta certo a compensare questa pecca la pur pregevole esecuzione del cemento armato a faccia vista, materiale che resta sostanzialmente estraneo alla tradizione costruttiva pisana. La completa decontestualizzazione dell’intervento risulta inoltre ulteriormente aggravata dalla negazione di ogni rapporto anche con il disegno tardo ottocentesco della via Risorgimento».
«L’opera si propone come intervento di rigenerazione urbana, ma questa avrebbe dovuto contemplare, insieme al rinnovamento fisico ed energetico, anche una partecipazione dei cittadini coinvolti ed un obiettivo di coesione sociale, che risultano difficili da conseguire non avendo sottoposto il piano di recupero ad alcuna assemblea di cittadini - conclude l’assessore Dringoli -. Sarebbe anche necessario rimuovere la diffusa avversione che l’opinione pubblica ha nei confronti dell’inserimento di opere moderne nel tessuto storico della città, ma, purtroppo, episodi come questo finiscono con il confermare un’ostilità che, da pregiudiziale che era, finisce con l’acquisire una giustificazione. Tanto più che interventi di questo tipo appaiono, per la loro stessa natura, irreversibili». —
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