Il presidio
Neppure una scrivania dove poter studiare «Io e i miei tre figli da mesi in una gabbia»
La denuncia di Marica che vive in una delle abitazioni messe a disposizione dal Comune in attesa di un alloggio popolare
Pisa. «Viviamo in una gabbia». Pochi metri quadrati. Un armadio e i letti, coperti da libri, quaderni e pennarelli. Di notte le coperte ospitano i sogni dei tre figli (12, 8 e 6 anni) di Marica (il nome è di fantasia), di giorno diventano una realtà fatta di speranze e promesse non concretizzate. Scrivanie improvvisate per portare avanti gli studi, ma anche per cercare di sopravvivere ad uno spazio ristretto da dove la famiglia attende, da un anno, l’assegnazione di una casa popolare. Una realtà comune a decine di nuclei familiari per i quali l’albergazione – l’ospitalità breve (che spesso non è tale) in hotel o b&b per chi ha perso casa – ha trasformato l’attesa di un alloggio popolare in un’illusione.
«Abito a Pisa da 10 anni, da oltre un anno vivo in una gabbia insieme ai miei figli» racconta Marica, 40enne di origini albanesi. Una vita normale interrotta dalla perdita del lavoro e da problemi fisici diventati un ostacolo nella ricerca di una nuova occupazione. «Pagavo regolarmente un affitto, ma con la disoccupazione è arrivato anche lo sfratto – prosegue –. Ho fatto domanda per la casa popolare, ma l’unica risposta sono stati alberghi e case condivise».
L’incubo inizia lo scorso anno: lo sfratto e una sistemazione di emergenza in un albergo. «Dopo dieci giorni, siamo stati trasferiti in un immobile – prosegue la quarantenne – avevamo una stanza, mentre il bagno e la cucina erano in comune con altre persone». Una “permanenza” durata circa sei mesi e interrotta dall’insalubrità dell’appartamento. «I miei figli si sono ammalati a causa delle condizioni della casa – aggiunge Marica –. Nonostante le richieste, non mi è stata assegnata un’abitazione, ma siamo stati trasferiti in un altro appartamento: una stanza con bagno e cucina da condividere con altre cinque persone. Il Comune continua a pagare un affitto, mentre mi risulta ci siano decine di alloggi popolari vuoti».
Secondo l’Unione inquilini sono almeno una decina i nuclei familiari che vivono in case condivise o in b&b per una spesa che, annualmente, sfiora i 300mila euro, a fronte di circa 150 alloggi popolari disabitati o in attesa di ristrutturazione.
«Il regolamento sull’emergenza abitativa voluto dall’attuale amministrazione prevede che l’albergazione non possa essere superiore a 60 giorni», sottolinea il sindacato degli inquilini che chiede di mettere fine al sistema dell’emergenza e assegnare gli alloggi popolari vuoti.
Un “sistema” sul quale anche il capogruppo di Diritti in comune Ciccio Auletta chiede di fare chiarezza: con un’interrogazione domanda, tra gli altri punti, di conoscere le spese sostenute per alloggiamenti in b&b o in altre strutture alberghiere e il metodo per individuate le strutture. –
Danilo Renzullo
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