Italia
Tre nuovi infettati dal super batterio i casi registrati a Cisanello salgono a 31
Il New Delhi ha fatto la prima comparsa nel novembre 2018: le prime contaminazioni nel reparto dei grandi ustionati
PISA. Salgono a 31 i pazienti infettati dal super batterio New Delhi, molto resistente agli antibiotici, che sono stati ricoverati all’ospedale di Cisanello. Il dato è stato aggiornato dopo i tre nuovi casi constatati ad agosto. A Pisa finora si è registrato il maggior numero di casi in Toscana: su 31 pazienti che hanno contratto l’infezione, 10 sono morti. La cautela nel comunicare il numero dei morti, così è stato spiegato, è dovuta alle condizioni delle vittime: non è detto che la causa della morte sia stata necessariamente il New Delhi, oppure il batterio può essere una concausa.
È quanto ha spiegato la direttrice generale dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, dottoressa Silvia Briani. A Cisanello i primi casi sono stati registrati a novembre 2018. Riguardavano pazienti che avevano subìto gravi ustioni, che seguivano terapie o interventi immunosoppressivi, in situazioni di salute già compromesse. All’inizio erano episodi sporadici, poi il numero è aumentato, segno di una circolazione del batterio resistente sempre più diffusa, fino a configurare il quadro di una epidemia. A fine anno l’ospedale, che ha un sistema interno di controllo, si è attivato per mettere in pratica azioni di contrasto, fra cui il rafforzamento delle misure igienico-assistenziali e di pulizia. L’altro intervento, come ha spiegato la dottoressa Giulia Gemignani, responsabile del team Aid dell’Azienda ospedaliera pisana (si occupa delle infezioni, secondo l’approccio impostato dalla Regione) riguarda lo screening per i pazienti ad alto rischio. L’Aid, che si occupa di infezioni ospedaliere e del contrasto agli antimicrobici resistenti, si è trovato a gestire la nuova emergenza. È stato così disposto di effettuare lo screening in ingresso, cioè al momento del ricovero dei pazienti, ampliando il numero di reparti in cui veniva già effettuato di routine. È stato esteso oltre l’area critica, oncoematologica e dei trapianti, all’area delle medicine e in ogni reparto in cui si presentino pazienti già colonizzati o con elevate condizioni di rischio, per intercettare precocemente i malati portatori e potenzialmente a rischio.
Il batterio, è stato ripetuto, è molto pericoloso e lo diventa ancora di più nei pazienti fragili, che già combattono con altre malattie o immunodepressi, come succede per le infezioni più in generale. «Si tratta di un test rapido, con tecniche molecolari, di cui si conoscono i risultati in poco tempo ma che ci permette di avere sempre un quadro aggiornato della situazione fin dal momento del ricovero e poi di intervenire per il contenimento del fenomeno, nell’ambito delle linee guida», ha precisato la dottoressa Briani. «La direzione aziendale (la parte terapeutico-assistenziale è in mano ai clinici) è impegnata per supportare gli operatori affinché le norme di carattere igienico e sanitario siano osservate per il contenimento del fenomeno che è dimostrato potersi ridurre con una scrupolosa e condivisa applicazione di certe regole anche igieniche», ha aggiunto Briani. —
Sabrina Chiellini
Servizi alle pagine 2-3
BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
