La testimonianza choc: "Quel carcere è un inferno, ci sono stato anche io"
Parla un professionista romano arrestato e incarcerato in Guinea Equatoriale dove ora si trova l'ingegnere pisano Fulgencio Obiang Esono
PISA.«Se riescono a trovare qualche prova per Fulgencio potrebbe non esserci scampo». Ne è convinto
Fabio Galassi, 65enne romano arrestato nel 2015 in Guinea Equatoriale insieme al figlio 28enne Filippo per presunti reati fiscali e rilasciato tre anni dopo per motivi sanitari. Oltre trenta mesi di detenzione nel carcere di Bata, tra sevizie, condizioni igieniche estreme e razioni di cibo per la sola sopravvivenza.
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Lo stesso trattamento detentivo che sarebbe stato riservato a Fulgencio Obiang Esono, il 49enne ingegnere pisano detenuto dallo scorso settembre in un carcere di quella che è considerata la capitale politica della Guinea Equatoriale e nei mesi scorsi condannato a quasi 60 anni di reclusione con l’accusa di aver partecipato ad un presunto colpo di Stato che nel dicembre 2017 avrebbe dovuto rovesciare il potere che il presidente-dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo detiene da 40 anni. «In Guinea ogni cinque, sei anni molti detenuti vengono rilasciati. Una sorta di indulto che non viene però applicato nei confronti di condannati per i quali ci sono prove anche minime. Questa è una delle poche speranze per Fulgencio di essere scarcerato, ma se il governo e i giudici hanno una piccola prova dei reati contestati temo che per lui non ci siano speranze di sfuggire a quella allucinante detenzione». La voce a tratti trema. Il racconto, fluido, si interrompe ad intermittenza. Galassi sembra trattenere spesso le lacrime mentre al telefono riavvolge il nastro della memoria.
È la primavera del 2015. Insieme a suo figlio torna nella casa di Bata al termine di un soggiorno in Italia. Le valigie ancora da disfare, vari documenti da sistemare. Un ritorno che per lui, ingegnere elettronico approdato nel 2009 nel Paese dell’Africa centrale per concretizzare un progetto di una società italiana di automatizzazione dei sistemi di tesoreria poi arenatosi, e suo figlio segna l’inizio di un incubo. «La polizia ha fatto irruzione in casa e ci ha arrestati – racconta –. L’accusa? Voler fuggire con una valigia piena di soldi, ma in realtà nella valigia c’erano solo effetti personali e 6.000 euro». La polizia perquisisce gli uffici dell’azienda del settore edile per la quale Galassi aveva iniziato a lavorare nel ruolo di consulente (il figlio collaborava invece alla gestione del personale). Una delle società più grandi del Paese, partecipata anche dallo stesso Teodoro Obiang. Una perquisizione durante la quale spariscono pc e documenti. Padre e figlio passano due mesi nel carcere di Bata prima di conoscere le accuse: bancarotta, appropriazione indebita, sottrazione fraudolenta di beni, corruzione, truffa e riciclaggio di denaro. Dopo sei mesi di processo vengono condannati senza alcuna prova a 33 anni (Fabio) e 21 anni (Filippo) di reclusione. Rinchiusi prima in un carcere militare e, dopo il presunto colpo di Stato del dicembre 2017 di cui Fulgencio è stato ritenuto dal regime uno degli organizzatori, trasferiti in un carcere di Bata. Lo stesso dove l’ingegnere pisano è recluso dallo scorso marzo dopo sei mesi di detenzione a Black Beach, ritenuta la prigione più disumana al mondo. «Due volte a settimana, il martedì e venerdì, eravamo costretti a spalare gli escrementi e a pulire i tombini – ricorda Galassi, sottolineando le condizioni estreme delle prigioni –. A colazione una tazza di latte condensato e qualche volta un panino. A pranzo una scodella di riso e per i più fortunati un’ala di pollo o una zampa di gallina o la coda del maiale. A cena solo riso. L’acqua scarseggiava a fronte di un caldo infernale. Durante i periodi di festa, ad esempio Natale, con tutto il personale in ferie i pasti non venivano serviti e in caso di emergenze non c’era nessuno disposto ad assistere i carcerati. Le torture erano sistematiche: chi era sorpreso a fumare veniva appeso con le manette alle inferriate delle celle e picchiato con un bastone. Quasi tutti i giorni uomini e donne (il carcere era misto) erano sottoposti a torture. Avevo l’autorizzazione – prosegue Galassi – ad effettuare una telefonata di 30 minuti quando lo richiedevo. Per un anno mi hanno fatto uscire dalla cella con la scusa di poter telefonare, ma mi lasciavano sotto il sole cocente per 2-3 ore». Un incubo finito tre anni dopo con un permesso sanitario concesso a Galassi per curarsi in Italia e far fronte ad alcuni problemi fisici. «L’accusa a Fulgencio di aver organizzato il colpo di Stato è una bufala – conclude il 65enne –. Se però riescono a trovare un minimo di prove, potrebbe rimanere a lungo in carcere. Tra torture e atrocità».
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