Meteo
Mutilata dalla bomba torna a Pisa dopo 24 anni. Le lacrime di Sengul: «Io, segnata per sempre»
L’allora tredicenne rom chiedeva l’elemosina col fratellino: videro una scatola e la presero ma era imbottita d’esplosivo
PISA. Mercoledì 15 marzo 1995. Sengul ed Emran sono due fratellini rom di 13 e 3 anni. Vivono nelle baracche della zona artigianale di Ospedaletto e ogni mattina loro padre li accompagna a “lavorare”: chiedono l’elemosina al Ponte delle Bocchette. Ma quel giorno maledetto accade qualcosa che sconvolge le loro vite per sempre. Sengul vede una scatola abbandonata sullo spartitraffico: una calamita (fatale) per gli occhi curiosi dei due fratellini. Che si avvicinano e prendono in mano quel regalo inaspettato. Ma in realtà è una bomba rudimentale. Che esplode, mutilando i due bambini. Missione compiuta (o quasi) per le menti malate che hanno ideato e confezionato l’ordigno che avrebbe potuto uccidere: due “zingari” colpiti. Sengul perde la mano destra, mentre l’uso di quella sinistra è compromesso, così come la vista. Emran perde per sempre un occhio.
Ventiquattro anni dopo, Sengul è tornata a Pisa, accolta dall’avvocato Ezio Menzione, (legale dei due fratellini, che si è occupato prima della vicenda legale e poi della gestione dei fondi raccolti) «per farle chiudere il libretto di risparmio e farle incassare quanto ancora spettava a lei e a suo fratello». Perché in quei giorni di dolore la città non solo scese in piazza contro il razzismo, ma «si immedesimò nel dolore di questi due bambini straziati: le strutture sanitarie si fecero carico gratuitamente delle necessità dei due feriti; fu aperta una sottoscrizione che permise di raccogliere una somma cospicua; il Comune – ricorda Menzione – stanziò anche una cifra che consentisse alla famiglia di comprare una casetta a Skopje, il luogo di residenza in Macedonia». Mentre in Italia «le indagini della Procura si concentrarono sugli ambienti di destra e xenofobi, già allora presenti in città, ma si arenarono sulla difficoltà di individuare i responsabili materiali dell’attentato. Peccato: sembrava un’inchiesta facile. A Pisa effettivamente c’erano gruppi ed individui capaci di un’azione simile, così mirata contro i bambini rom».
Insomma, quell’attentato è rimasto senza colpevoli. Ma ha lasciato il segno nella mente, nel cuore e nel fisico di Emran e Sengul, con quest’ultima che – all’età di 37 anni – è riuscita a trovare la forza di tornare in quella città che fu teatro del suo incubo senza fine: «Certo – racconta l’avvocato – le menomazioni alle mani e agli occhi le gravano pesantemente, il marito deve seguirla e farle da sostegno costantemente». Si è sposata a 17 anni, ora abita in Francia a Grenoble ed ha avuto otto figli, il primo dei quali le ha già regalato un nipotino. Gioie che non possono cancellare le difficoltà quotidiane causate dalle conseguenze di quella maledetta esplosione: «Soffro molto il fatto di non vederci e di non potere usare le mani: solo la sinistra mi aiuta un po’» ha detto Sengul.
«E io – spiega Menzione – l’ho bonariamente rimproverata per non essere a suo tempo rimasta a Pisa, dove tutta la città era al fianco di lei e del fratellino e dove, nel corso del tempo, sarebbero riusciti a ricostruire una mano destra nuova e risolvere almeno in parte i problemi di vista di lei e di Emran».
Parole che hanno avuto l’effetto di aprire il cuore della trentasettenne, che – in lacrime – ha raccontato quanto sia stata difficile e piena di ostacoli la sua vita da allora, anche per i problemi all’interno della famiglia, con la morte del padre, l’interruzione di qualsiasi rapporto con la madre, la sparizione di parte di quei soldi che erano stati raccolti per i due bambini: «Alla fine siamo cresciuti in strada – ha raccontato Sengul – senza nessuna educazione».
«Certamente – conclude l’avvocato – in questo racconto qualche nucleo di verità ci deve essere. Questa donna che nasconde il moncherino della mano destra, mi ha fatto tenerezza, così come fu per la bambina fatta saltare in una aiola spartitraffico nel 1995». –
Quattro ordigni esplosi in 19 mesi di terrore e nessun colpevole
Sengul e il fratellino Emran furono due dei feriti di una stagione di attentati che sconvolsero la provincia di Pisa a cavallo tra gennaio 1995 e agosto ‘96, con oggetti apparentemente innocui trasformati in ordigni. Un periodo di terrore iniziato con un ordigno esploso a Latignano. Lungo le sponde del fiume si fermano cinque roulotte, una ventina di nomadi. Il piccolo Matteo Salkanovic , 5 anni, trova un libro di favole lungo il fiume. Tra le pagine c’è una banconota da mille lire. La tira via e il libro esplode amputandogli due falangi. Ci sarà un processo, che si conclude con due assoluzioni. Due mesi dopo un destino simile tocca ai due fratellini che chiedono l’elemosina al Ponte delle Bocchette a Pisa. Anche in questo caso i colpevoli non vengono individuati, così come per l’episodio che si verifica a novembre sulla provinciale del Padule a Bientina, luogo di prostituzione. Da un'auto lanciano un ordigno, confezionato con polvere da sparo, bulloni, biglie e puntine di metallo. La bomba finisce tra i piedi di una transessuale, che ci dà un calcio e ci rimette un dito del piede. Nell’agosto del 1996, un operaio della Piaggio che sta andando a prendere il treno, parcheggia lo scooter in via Battisti, dove nota una torcia. La prende in mano, l’accende. Boom. Venti giorni di prognosi, nessun colpevole. —
[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.37257464:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.37257464:1652452651/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.37257462:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.37257462:1652452651/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
