Il presidio
Una drammatica storia italiana da dove tutti escono sconfitti
I protagonisti del giallo giudiziario raccontati dalla giornalista di “Chi l’ha visto?” Paola Grauso
Il Tirreno ha chiesto alla giornalista Rai Paola Grauso di “Chi l’ha visto?” un racconto sul caso Ragusa che la professionista ha seguito fin dal primo giorno.
La prima volta che entrai nella casa di via Dini a Gello, era una freddissima domenica di febbraio di 7 anni fa. Mezza Italia era sotto la neve e avevo avuto difficoltà a raggiungere Pisa in treno. Avevo avvertito Antonio Logli che stavo per arrivare, lui mi aspettava ma quando arrivai al cancello, al citofono non rispondeva. Provai, allora, a richiamarlo al telefono ma anche lì nessuna risposta, passarono buoni 20 minuti prima che mi aprisse le porte di quella casa. Pensai che era strano, di solito i parenti degli scomparsi ti aspettano sulla porta, con ansia. È il primo ricordo che conservo impresso nella memoria sul caso Roberta Ragusa.
Poi ne sono seguiti molti altri, ricordi fatti anche di molti incontri.
L’incontro con le amiche della palestra New Point, che descrivevano Roberta, una donna in crisi profonda che soffriva per un matrimonio al capolinea. Ricordo poi l’incontro con Sara Calzolaio, in autoscuola, mentre tutto il paese già vociferava di una sua relazione con Antonio. La ragazza, marcata stretta da Valdemaro Logli, era sfuggente e nervosa, non voleva parlare di Roberta, poi le chiesi se fosse lei l’amante di cui si parlava a Gello. Ebbe una reazione furiosa.
L’incontro con Sonia Alpini, la cugina di Roberta, e il suo racconto di quando Roberta scoprì, aggrappata alla scala della soffitta, che Antonio parlava al telefono con un’amante e che questa donna forse poteva essere Sara, ma, conclusero entrambe, “Sara no! Non non è possibile”. Sonia descrisse talmente bene questa scena che mi fece venire i brividi.
L’incontro con il testimone Loris Gozi, di notte, a San Giuliano, con la moglie Anita. Il ragazzo era spaventato ma aveva voglia di parlare. Mi narrò quello che aveva già riferito ai carabinieri e che poi sarebbe stato noto a tutti. Io ascoltai e gli lasciai qualche giorno per decidere se voleva fare una intervista, gli assicurai che avrei protetto il suo anonimato, come feci. La settimana dopo ci incontrammo in un albergo di Pisa, lo sistemai di spalle alla telecamera, lo coprii con un cappuccio e girammo la sua prima intervista televisiva andata in onda a “Chi l’ha visto?”.
Ricordo le ore di attesa sulle scale dei tribunali.
La faccia soddisfatta di Antonio Logli quando venne prosciolto. E poi la Cassazione e il rinvio a Pisa. La sentenza di primo grado, e il piccolo albero di Natale che giaceva al centro del cortile del tribunale, distrutto dal passaggio di orde di giornalisti e fotografi. Il secondo grado a Firenze con Antonio che camminava instabile sulle gambe sorretto dai suoi avvocati. E infine la Cassazione, in una caldissima estate romana di luglio e il sipario che cala su questa triste, drammatica storia italiana da dove tutti, ma proprio tutti, escono sconfitti. —
Paola Grauso
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