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Pisa

Il mistero, i personaggi: ecco il perché di tanta attenzione

Antonio Scuglia
Il mistero, i personaggi: ecco il perché di tanta attenzione

La sociologa Roberta Bracciale: più giusto parlare di femminicidio che di omicidio I processi tv e le discussioni sui social? A volte manca il rispetto per le vittime

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C’è la triste vicenda umana, c’è quella giudiziaria. E c’è anche quella mediatica, vista l’eccezionale attenzione con cui il caso Ragusa è stato seguito da tutto il Paese. Ne parliamo con Roberta Bracciale, ricercatrice di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, dove insegna Sociologia dei Nuovi Media.

Un mistero che, dopo tre gradi di giudizio, si può definire ormai un omicidio. Questa vicenda è diventata un caso mediatico ben fuori dai confini locali, fin da quando fu diffusa la foto di Roberta Ragusa sorridente. A farlo diventare una vicenda nazionale può aver contribuito l’emozione che suscitò subito quell’immagine?

«Più che di omicidio parlerei di femminicidio, un fenomeno che è sempre più spesso al centro delle cronache e che appunto vede la donna vittima del suo partner, per i più diversi motivi. Sono molti i fattori che possono contribuire a far sì che una storia si sviluppi nel racconto dei media e catturi l’interesse del pubblico: le caratteristiche fisiche di autore e vittima sono un elemento (giovani e belli, come in altri casi, quello di Melania e Salvatore Parolisi), ma non solo. Un altro elemento è legato proprio al fatto che si tratti di una storia irrisolta, appunto un mistero. E, ovviamente, la copertura mediale che favorisce la presenza del tema nell’agenda pubblica, alimentata dalla discussione che si sviluppa online».

Giornali e tv, ma anche social, si sono occupati della vicenda, con migliaia di persone che prendevano posizione, fra innocentisti e colpevolisti. Secondo lei la società odierna è cambiata in base alla percezione della realtà che dà il sovraccarico informativo?

«Non parlerei di sovraccarico informativo, ma della complessità di un sistema mediale ibrido che consente oggi a tutti (o quasi) di schierarsi e prendere posizione, ma soprattutto di poter manifestare e condividere facilmente e immediatamente, attraverso i social media, la propria opinione. I meccanismi della social tv, cioè la televisione che viene anche commentata sui social, fanno sì che si creino in rete pubblici ad hoc, raccolti intorno a specifici casi, e che si alimentino fenomeni di polarizzazione delle opinioni. Le trasmissioni di informazione che trattano questi casi, sempre più seguite, forniscono gli elementi per creare un dibattito, ma anche per favorire la formazione di schieramenti, appunto, tra innocentisti e colpevolisti».

Processi in tv, trasmissioni su trasmissioni che ricostruiscono vicende ancora da chiarire: crede che la spettacolarizzazione di questo tipo di eventi vada a discapito della corretta informazione?

«Questi meccanismi hanno aspetti positivi e negativi: la tv può favorire la conoscenza e la sensibilizzazione su questi temi. Penso a una tv di servizio come Un giorno in pretura, Amore criminale o Chi l’ha visto, che hanno contribuito a stimolare l’attenzione su alcune vicende e hanno dato evidenza all’emergere del “femminicidio” come tema d’agenda. Al contempo, tv e social media rischiano ovviamente di produrre “rumore” o letture sensazionalistiche degli eventi, che sono funzionali alle logiche mediali, soprattutto quando le scelte editoriali vanno in una direzione opposta rispetto a quella del rispetto delle vittime».

E può incidere sulla serenità di giudizio da parte dei magistrati?

«I magistrati sono professionisti, quindi non metterei in dubbio il loro giudizio. Piuttosto, la polarizzazione delle opinioni e la “convivenza” nello stesso ambiente mediale dei pubblici che commentano i diversi casi di cronaca rischia di rendere meno serene le loro vite private, come i recenti casi di attacchi personali subiti hanno dimostrato». —



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