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Una lezione con la testa... tra le stelle, grazie a Nespoli
L'astronauta ospite della scuola superiore Sant'Anna di Pisa
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PISA. Come sarebbe vivere e lavorare su un pianeta diverso dalla Terra? Ma è davvero ipotizzabile uno scenario – per la verità non proprio rassicurante… - alla The Martian di Ridley Scott o, appunto, è solo fantascienza? Di questo e di molto altro si è cominciato a parlare alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa in occasione dell’avvio del primo corso in Italia di “Space Biology”, come introduzione alla ricerca biomedica di base, sotto l’egida e in collaborazione copn l'Agenzia Spaziale Europea (Esa).
Tra gli ospiti chi, certamente più di noi, un po’ di dimestichezza con le condizioni di vita quanto meno fuori dall’atmosfera terreste ce l’ha, l’astronauta italiano Paolo Nespoli che si è concesso con disponibilità e ironia a giornalisti e studenti accompagnato dalla coordinatrice del corso, la ricercatrice dell’Istituto Scienze della vita Debora Angeloni.
“Le agenzie spaziali del mondo – spiega in una nota la Scuola Sant’Anna - puntano a missioni spaziali esplorative di durata sempre maggiore. Dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Europa, lo sforzo della scienza e della tecnologia è rendere possibile vivere e lavorare nello spazio o su corpi celesti che non siano la Terra. Perché questo obiettivo sia raggiungibile è necessario contare sul contributo dei prossimi scienziati, attivi soprattutto nel campo della biomedicina, in grado di capire quale sia stato e sia ancora il ruolo della gravità nel plasmare le strutture dei viventi come le conosciamo oggi, per proteggere gli equipaggi spaziali dagli effetti deleteri della sua mancanza e per capire come la “biomedicina spaziale” possa aiutarci a vivere meglio anche sulla terra”.
“Per programmare missioni esplorative di lunga durata e per avviarsi alla “colonizzazione” umana dello spazio – spiega ancora il Sant’Anna - è necessario capire come contrastare gli effetti dannosi della nutrita costellazione di fattori ambientali avversi che accompagnano il volo dell’uomo nello spazio, come ad esempio le radiazioni cosmiche e le differenze nei cicli tra luce e buio. La ricerca biomedica di base ha e avrà sempre più un ruolo importante nel contribuire a rendere l’ambiente artificiale, dove gli esploratori spaziali si devono muovere, sempre più adatto alla loro esigenze vitali e operative: il contrario non è infatti possibile”.
“E’ adesso importante sottolineare – spiega Debora Angeloni - che affrontare questa enorme sfida ha già fruttato importanti innovazioni tecnologiche e biomediche che ci accompagnano nel quotidiano terrestre, migliorando la nostra vita e la nostra sicurezza. La sfida forse più importante sarà accettare che questo balzo in avanti tecnologico e scientifico non potrà essere che un’impresa collettiva e transnazionale”.
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