Italia
Da Pisa fino all’Antartide a fianco degli scienziati
Pilota della 46esima Brigata aerea per tre mesi nella base italiana di baia Terra Nova: «Io, nel gelo e tra i pinguini, per garantire la sicurezza in volo ai ricercatori italiani»
Da Pisa all’Antartide. Un fatto già di per sé eccezionale. Se poi lo si fa per riaprire una base scientifica rimasta chiusa per tutto l’inverno australe, il tutto diventa straordinario. È l’avventura vissuta da Riccardo, pilota della 46ª Brigata aerea di Pisa di cui non pubblichiamo il cognome per motivi di sicurezza. Per tre mesi ha partecipato alla 34ª spedizione del Programma nazionale di ricerche in Antartide, finanziata dal Miur col coordinamento scientifico del Cnr e logistico dell’Enea e la partecipazione delle forze armate. E nella missione 2018-19, la Brigata pisana ha avuto un ruolo di protagonista, come già accaduto dagli anni ‘80 (vedi box a fine articolo), grazie alla presenza di un suo uomo nella stazione antartica “Mario Zucchelli” di baia Terra Nova.
Riccardo è arrivato in Antartide ai primi di ottobre alla riapertura della base. È stata tra i primi 20 italiani a rimettervi piede dopo l’inverno australe. «L’aereo partito dalla Nuova Zelanda è atterrato sulla baia Terra Nova ghiacciata – racconta –. Poi, dopo aver scaricato derrate e i rifornimenti, l’aereo è ripartito e noni ci siamo trovati lì, davanti a una base chiusa da mesi e con intorno a noi solo ghiaccio, pinguini e una temperatura tra i -20 e i -25 gradi. È stata una sensazione che mi ha regalato emozioni forti e contrastanti. Ho vissuto l’emozione di trovarmi catapultato in un’altra dimensione: un luogo sconosciuto, un ambiente algido e remoto, in un certo senso indietro nel tempo come se fossi un esploratore del primi del ’900».
Pronti via, Riccardo si è subito dovuto dare da fare: attivazione dei generatori per garantire l’energia elettrica, poi di tutti gli impianti compreso quelli igienici e ancora, sui gatti della neve, per battere e lasciare la pista di atterraggio su ghiaccio. Tre settimane per preparare il campo al resto della missione: circa 150 persone con punte da 180 considerando le persone in transito.
Nello specifico, Riccardo ha lavorato nella sala operativa da cui viene coordinato il traffico aereo tanto dei trasporti locali, quanto di quelli intercontinentali. Un compito che significa garantire la sicurezza della missione. Perché dalla sala di controllo non si gestiscono solo gli atterraggi degli aerei che arrivano dalla Nuova Zelanda o dall’Australia, ma dei voli degli elicotteri, fino ad otto ogni giorno, che vengono utilizzati per la ricerca scientifica. E l’assistenza prosegue anche durante la missione: «Dobbiamo mantenere il contatto radio e web con gli elicotteri ed essere pronti a intervenire in caso di problemi attivando tutte le procedure per prestare soccorso», spiega il pilota sottolineando che, durante il suo periodo in Antartide, «non ci sono stati incidenti, ma la tensione era alta: in quell’ambiente i contatti con i veicoli sono difficili e, quando non avvengono per più di 30 minuti scatta l’allarme. E vi assicuro che mezz’ora passa in fretta».
Quelle che invece non finiscono mai sono le giornate. In parte perché il lavoro è continuo. Mentre i ricercatori e gli scienziati riescono a ritagliarsi qualche momento di libertà, chi si occupa di servizi, logistica e sicurezza non riposa mai. E poi ci sono le giornate della primavera australe: più di 20 ore di luce. «Quando sono arrivato si vedeva un po’ di crepuscolo, poi col passare delle settimane le giornate sono diventate infinite. Ma alla fine ci si abitua: il lavoro è duro si comincia alle 7 e spesso si va avanti fino alle 21 o alle 22».
Unico ristoro una cameretta da dividere con altre quattro persone, una palestra – «usata in particolare dagli scienziati», sottolinea Riccardo –, la macchinetta del caffè e la mensa «grazie a dei cuochi fantastici. Con grande fantasia riuscivano a trasformare ciò che c’era in dispensa e le derrate che arrivavano dal continente ci hanno sempre garantito dei pasti ottimi. E poi, il sabato sera, la festa con la pizza».
Un momento di svago, un ricatapultarsi in Italia con il cibo. Un’occasione per staccare un attimo perché nella Mario Zucchelli si vive in una bolla in cui tutto sa di scienza e di ricerca. «Uno dei motivi per cui sono andato lì è stato proprio quello di ricevere stimoli dall’ambiente della ricerca scientifica – racconta Riccardo –. E di quello si parlava anche davanti a un caffè». E uno degli argomenti è quello del riscaldamento globale: «Ne ho parlato spesso, tanto nei momenti di pausa, quanto per lavoro – spiega –. Le rivelazioni delle temperature sono di anno in anno in aumento. Variazioni lievissime ma che hanno il loro peso anche nella vita della base: aerei ed elicotteri atterrano sul mare ghiacciato».
E Riccardo e la 46ª hanno dato il loro contributo: «Siamo al servizio della ricerca. Non siamo gli attori principali, ma abbiamo il compito di garantire la sicurezza della missione per raggiungere gli obiettivi. Un risultato difficile da raggiungere senza i militari e le eccellenze dell’aeronautica come i meteo previsori». —
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