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La missione dei vigili del fuoco restituire un figlio ai genitori
Fermate per il buio alle 17, le ricerche di Davide ripartiranno stamani presto Grande sforzo dell’apparato in campo tra elicottero, sommozzatori e gommoni
Provati da una fatica che è anche passione, i vigili del fuoco ieri intorno alle cinque del pomeriggio hanno dovuto fermare le ricerche. Uno stop imposto dal buio rapido di dicembre.
C’è anche questo ostacolo a mettersi di traverso nell’attività dei soccorritori che da mercoledì sera hanno iniziato una ricerca partita per trovare una persona caduta in Arno e che con il passare delle ore diventa il probabile recupero del corpo di Davide Pellegrini.
Uno schieramento generoso quello dei vigili del fuoco che a rotazione finora sono stati impegnati a decine.
Ci sono i corpi specializzati, i sommozzatori di Livorno e i colleghi che con il gommone perlustrano gli anfratti di sponde infide e inaccessibili. E poi l’elicottero, da Arezzo, a intercettare dall’alto la possibile emersione di un corpo che qualche soccorritore ipotizza possa addirittura già essere in mare aperto. E a quel punto saranno le correnti a decidere i tempi di un eventuale ritrovamento.
Al di là delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Miriam Pamela Romano, l’obiettivo è quello di trovare Davide. Il fiume prende e non sempre restituisce. Lo sa bene chi sta operando sul campo. Ha le sue leggi con dinamiche che vengono valutate, ma non sempre seguono l’alveo regolare del corso d’acqua. Il corpo può essere andato a fondo, impigliato lungo le rive. Il fiume limaccioso non aiuta.
I controlli palmo a palmo dei sommozzatori sono accurati, anche se i tempi non possono essere celeri. Stamani, alle prime ore di luce, le squadre torneranno a battere sponde e fiume ampliando il fronte delle ricerche. L’impegno è di restituire un figlio ai suoi genitori. In questa storia il sovrapprezzo del dolore è l’assenza del corpo. Che può essere speranza miracolistica per chi crede o aggravante di un calvario capace di spezzare in due una famiglia.
La memoria dell’Arno e dei suoi più o meno volontari ospiti sotto il livello dell’acqua racconta storie sempre dolorose. Il tratto che anticipa lo sbocco in mare ha fatto da quinta dolente a ritrovamenti di cadaveri. Era il marzo del 2015 quando il corpo di una donna ricordò di essere esistita nel momento in cui rimase incastrato tra i rovi della riva lato viale D’Annunzio, zona dei retoni. Non si è mai saputo a chi appartenesse.
Una solitudine affogata in acqua e affiorata in Arno. Il fiume che trascina e trasporta a seconda delle sue insindacabili piene. Era il novembre 2014 quando il cadavere di una studentessa al nono giorno di ricerche interruppe l’apparato dei soccorsi. Sempre in Arno, viale D’Annunzio, a poche centinaia di metri dal mare. Si era buttata da un ponte a Calcinaia. Una morte ponderata e immediata con nove giorni di sofferenza inflitti ai familiari. E il fiume, che tutto prende e a volte restituisce, anche in quell’occasione diventò un luogo di lacrime. Quello che per la famiglia Pellegrini è da anni la fonte di un sostentamento che non è solo alimentare, ma scelta di vita condivisa da tutti i suoi componenti, da mercoledì sera si è trasformato in un simbolo contro cui imprecare. —
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