Il Tirreno

Pisa

Investe i risparmi per donare una scuola al Paese d’origine

Candida Virgone
Investe i risparmi per donare una scuola al Paese d’origine

Yvonne Tangheroni “salva” un edificio destinato a chiudere e gli oltre 200 studenti, tra i 4 e i 14 anni, che ospita

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PISA

Duecentouno bambini africani avranno una scuola nuova grazie ad una giovane donna pisana.

Lei si chiama Yvonne Tangheroni, ha 33 anni, buona parte dei quali trascorsi in Italia ed a Pisa, e oggi vive e lavora a Roma, alla Caritas Internazionale. È una delle tre figlie ruandesi di Marco Tangheroni, noto storico, oggi scomparso, e di Patrizia Paoletti, una lunga carriera nell’ambito delle attività e dei progetti di solidarietà internazionale.

Scampata in maniera rocambolesca al terribile genocidio che in Ruanda ha visto lo sterminio di milioni di tutsi, Yvonne è l’esempio vivente di come la capacità di equilibrio mentale di fronte a tragedie immani, la determinazione del carattere, l’intelligenza e l’umanità siano la migliore medicina contro qualunque male, del fisico e dello spirito. Una forza ereditata senz’altro da due genitori eccezionali, Marco e Patrizia, i quali hanno preso il testimone da altre due persone altrettanto eccezionali, quelle che hanno messo al mondo questa donna forte e coraggiosa.

Yvonne si occupa praticamente da sempre di “sopravvissuti” e quando ha saputo che la scuola di un piccolo villaggio vicino a Kigali, quello di Kayonza, nel distretto di Rwamangana, sarebbe scomparsa, non si è persa d’animo. Insieme all’amico Cristophe, sopravvissuto come lei, oggi in Belgio, e al fratello Jean Baptiste, ha deciso di intervenire.

Bisognava farlo tempestivamente, entro poco tempo. «Accanto alle scuole pubbliche – spiega Yvonne – comunque sovraffollate ed anche queste in condizioni precarie, ci sono quelle private, gestite a livello locale. Quella scuola in particolare, che ospita 201 bimbi, 34 dell’asilo ed il resto di elementari e medie, dai 4 ai 14 anni, non rispondeva più ai requisiti governativi, per gravi carenze igieniche (un unico bagno, pericoloso), sovraffollamento dovuto ad una multi-classe in cui ovviamente si impara ben poco, assenza di spazi gioco ma perfino di arredi e pavimento: si sta in classe seduti sulla terra battuta. Il proprietario, non avendo i mezzi per dare una sistemazione dignitosa, aveva provato a venderla. Inutilmente. Chi l’avrebbe comprata in una zona in cui si è convinti che l’istruzione sia inutile e che un figlio serva di più a casa? Chi avrebbe speso i soldi dei mezzi di trasporto per eventualmente mandare i figli a scuola a Kigali? L’unica soluzione restava la chiusura e nessuno che continuasse a studiare. Il tempo a disposizione era poco e per questo ci siamo attivati direttamente io e Cristophe».

Quel direttamente di cui Yvonne non parla, e che viene fuori in risposta a una domanda diretta, significa che, non essendoci il tempo per organizzare una raccolta fondi, sono stati i due giovani a mettere di tasca loro il danaro necessario per il rifacimento di una struttura che può cambiare completamente la vita di quella gente. Una cifra di una certa importanza, divisa equamente fra i due, presa dai loro risparmi.

Ma quanti giovani sarebbero pronti a un gesto simile? La risposta di Yvonne è spiazzante per il suo equilibrio e la scala di priorità che giustamente viene data ai valori fondamentali da parte di chi si è trovato faccia a faccia con l’orrore. «Io devo “dare” – sussurra dolcemente - perché nella vita ho avuto tanto. Sento fortissimo il senso di responsabilità verso chi non ha avuto la fortuna che ho avuto io. Voglio fare il possibile per le vedove e gli orfani del genocidio e soprattutto per l’istruzione nel mio Paese di origine».

E la scuola, già aperta, è quasi finita.

Ora ha sei bagni per le bambine e sei per i bambini. Unico neo: sono attaccati, costruiti in un unico blocco, e i requisiti governativi prevedono due parti distinte. «Ma si farà anche questo»: sorride Yvonne. Ora c’è un pavimento, ci sono più aule per fare più classi, ci sono banchi, ci sono sedie e lì vicino è stato acquisito un terreno per farci il campo-giochi che mancava. I prossimi sforzi saranno rivolti ai libri.

Quando la madre di Yvonne mostra le foto dell’ultima impresa della figlia inevitabile aver voglia di farla conoscere e condividere un gesto di così grande generosità e altruismo nella speranza che possa essere contagioso e magari far venir voglia anche ad altri, ai nostri lettori di partecipare magari acquistando dei libri per questi bambini. In realtà Yvonne su questo punto ha preferito declinare l’invito: in questo la fierezza ruandese è ferra e avviare una colletta per i libri sarebbe stato contrario al modo di operare. Il progetto in nogni caso andrà avanti grazie a Alla forza morale di questa giovane donna alla quale va senza dubbio tutto il nostro apprezzamento e il nostro appoggio. —





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