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Pisa

Fontanelli: «Contro il disagio occorreva maggiore apertura»

«Purtroppo non ce l'abbiamo fatta. Sapevamo che era difficile, sentivamo il clima di un'onda montante di destra che si era già chiaramente manifestato il 4 marzo e poi il 10 giugno. Per questo...

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«Purtroppo non ce l'abbiamo fatta. Sapevamo che era difficile, sentivamo il clima di un'onda montante di destra che si era già chiaramente manifestato il 4 marzo e poi il 10 giugno. Per questo abbiamo fatto appello a tutti coloro, progressisti e di sinistra, che si sentivano preoccupati, come noi, dalla possibile vittoria della destra leghista. È una risposta c'è stata: Serfogli è passato dai 13.338 voti del primo turno ai 18.968 del ballottaggio. È evidente, anche andando a vedere la distribuzione sui seggi, che gran parte di questi aumento di voti arriva dal bacino elettorale di sinistra. Mentre è chiaro che gran parte degli elettori, se non tutti, del M5S e di Latrofa hanno votato per Conti». È l’analisi dell’ex sindaco e onorevole Paolo Fontanelli che prova a inquadrare le ragioni della sconfitta a Pisa e non solo. «Il dato principale, a mio parere, sta nel fatto che mentre la crisi allargava il campo del malessere e del disagio sociale, dal Governo e da una guida politica sempre più personalizzata arrivava il messaggio che in fondo le cose andavano bene, o almeno benino. Era il refrain delle riforme che cambiavano il Paese. Però in peggio, come dimostra l'aumento strutturale della precarietà del lavoro, dell'insicurezza sociale o il malessere sulla scuola, oppure i tagli alla sanità e agli Enti Locali». Guardando a Pisa Fontanelli punta il dito su «un problema di rapporto e di relazione con i cittadini, in particolare nei quartieri popolari, e anche con il mondo delle rappresentanze economiche, sociali e culturali. Il tema del malessere e del malcontento che attraversa molte parti della nostra società lo abbiamo posto diversi mesi fa, quando abbiamo detto che affrontare le elezioni con una proposta caratterizzata dalla continuità era un errore, perché a quel disagio dovevamo dare una risposta di novità e di cambiamento. Non era il problema del nome. Non era la persona di Andrea Serfogli il punto critico. Ma era il discorso politico che richiedeva una valutazione più attenta e una apertura più grande».

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