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«Quanti altri bimbi devono morire?»
Gli strali del parroco sul mancato obbligo dei sensori salvavita «Siamo indifesi, poteva succedere a tutti». Una folla per Giorgia
PISA. Nessuno deve giudicare. La vulnerabilità dell’essere umano è una dannazione infida che può capitare a chiunque. C’è il dolore privato che può essere lenito con l’amore e il perdono, l’essenza di Dio. E c’è anche la volontà dell’uomo da spronare per imporre, dalla politica alle case automobilistiche, un dispositivo per salvare la vita dei bambini. Un sistema obbligatorio che sia prioritario alla frivolezza di certi optional di cui le auto sono infarcite. L’omelia di don Roberto non accarezza solo il cuore dei genitori della piccola Giorgia. Va dritto al punto che la disgrazia di venerdì fa deflagrare e rende ancora più disarmante nella sua impotenza. «Ma quanti altri bambini dovranno morire prima di prendere seri provvedimenti? - chiede il sacerdote –. Chissà a quanti altri è successo. Sono stati forse più fortunati perché sono arrivati in tempo. Oggi nelle macchine inventano di tutto. La guida autonoma, sistemi avanzati con il riconoscimento vocale. Sedili con il massaggio lombare. Applicazioni per controllare la benzina nel serbatoio o il volante riscaldato. Oppure a distanza puoi controllare il climatizzatore. Possibile che un sensore o un rilevatore non sia ancora obbligatorio? Se questo dispositivo anti-abbandono servisse a salvare la vita anche di un solo bimbo non varrebbe la pena? Oggi questo interrogativo sono le vostre lacrime. Oggi è il volto paffutello e bellissimo di Giorgia». Nella chiesa di Riglione centinaia di persone restano fuori per l’ultimo saluto alla piccola morta nell’auto del papà, dimenticata nell’ovetto sui sedili posteriori dalle 8,30 alle 15,30 nel parcheggio della Continental. In prima fila i genitori Daniele Carli e Gabriella Perrone, con l’altra figlia più grande in mezzo. È lei ora il fulcro della famiglia. L’ingegnere abbraccia la moglie e guarda per tutto il tempo quella bara bianca che solo a vederla viene da piangere.
Il segretario del Pd di Riglione, 44 anni, originario di Scarlino, è circondato dall’affetto di amici e compagni di partito. Dal sindaco Marco Filippeschi all’onorevole Paolo Fontanelli. E poi gli assessori, i consiglieri comunali e regionali, da Antonio Mazzeo ad Andrea Pieroni.
Nella sua omelia Don Roberto tocca gli argomenti di una tragedia che dal privato diventa pretesa di sicurezza. «Molti tra i presenti sono padri e madri e che in silenzio con il cuore in gola e in punta in piedi oggi entrano in questo dolore che è di tutta la città – esordisce il parroco di Riglione –. Non per curiosità, ma per la consapevolezza che tutti siamo vulnerabili. Che siamo tutti scoperti e indifesi di fronte a eventi apparentemente impossibili ma che possono succedere a chiunque». Dopo la tragedia arriva il tempo della ricostruzione. Tra le macerie. «L’amore che vi farà risorgere è e sarà la vostra unione, il vostro essere uno forgiato nel fuoco del dolore – è stata l’esortazione –. È e sarà vostra figlia più grande che vi sorprenderà per come vi aprirà la strada invitandovi a reagire e a continuare ad amare. L’amore e il perdono. Daniele lo ha chiesto migliaia di volte alla moglie. «Il perdono forse sarà il passaggio più difficile per risorgere – aggiunge don Roberto –. Difficile, ma non impossibile. È difficile perché è esigente e chiede di spogliarvi dal giudizio, dal senso della colpa e dalla tentazione di rimanere fermi di fronte a ciò che è accaduto come davanti a un film».
Pietro Barghigiani
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