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Il “tribunale” di Gello: «È lui il colpevole»
Mai un dubbio secondo i vicini: «È un amico, ma l’ha uccisa» Il padre Valdemaro è in casa e apre solo al corriere Bartolini
PISA. «Hai visto? Bene, dé». Via Ulisse Dini, casa Logli. Sono da poco passate le 18 e la Corte d’assise d’appello di Firenze ha appena confermato la condanna a 20 anni di reclusione per Antonio Logli, ritenuto una volta di più il killer della moglie Roberta Ragusa. Omicidio volontario e distruzione di cadavere le accuse. Il militare accosta per un attimo l’auto. Motore acceso, estrae il distintivo, spara qualche insulto e sgassa via. È contento.
Il paracadutista – forse lo è, visto che vicino l’autoscuola di Valdemaro c’è la caserma della Folgore – a Gello non è un’eccezione. In pochi, anche prima della sentenza di primo grado, difendevano l’ex elettricista della Geste. Renzo, che gli vive accanto, in attesa del verdetto ha le idee chiare. «I Logli? Li conosco bene – dice – e siamo sempre stati amici. Se lo assolvono? Mica sarei tanto contento».
Valdemaro Logli ha atteso la sentenza fra le mura domestiche. In tutta la giornata ha aperto solo a un dipendente del corriere Bartolini, che alle 15.10 gli ha consegnato un grosso pacco con la scritta “Fragile”, forse un acquisto su Internet. «È il corriere? Lei può venire, passi da dietro il piazzale». Il padre di Antonio, alla vista del giornalista del Tirreno, sbatte il cancello e urla: «No, vada via». È nervoso, mancano tre ore alla sentenza. Fuori dal cancello, dall’alba, c’è solo il cameraman di “Chi l’ha visto”.
Fuori piove, fa fresco e non c’è nessuno. Ma anche con il sole folle non se ne sarebbero viste. Sono tutti al lavoro o incollati alla tv. Una signora è sul balcone per togliere i panni stesi. «Ma le sembra poco che sia sparita una persona? – grida alla ringhiera – Aspetto che lo mettano in carcere, altro che. Ho dei figli: se fosse successo a uno di loro? Sono ore che pigio il telecomando della televisione, eccome se sono in attesa».
Moreno è appena uscito di casa, siamo in via Galdi, a un centinaio di metri da casa Logli. «Non riusciamo più a trovare un motivo per dire con certezza che lui non sia il colpevole», afferma. Poco dopo, dalle scale, scende un suo amico e dirimpettaio. Vuole rimanere anonimo. «Se credo che sia colpevole? Porca miseria! – esclama – Qui lo pensiamo tutti».
Si discute del caso Ragusa anche nel vicino tabacchino della Tamoil, anche se meno di qualche anno fa. «Cosa penso sia successo? È una bella domanda – dice Alessandra, l’unica al lavoro ieri – Mi sembra strano che Roberta sia scomparsa volontariamente, perché insomma come fai a svanire nel nulla con due figli piccoli? Certo, a distanza di sei anni qualche dubbio è rimasto, perché ancora nessuno di noi conosce la sua fine. In ogni caso se un giudice ha condannato suo marito a 20 anni, vuol dire che ci sono elementi tali da ritenerlo il responsabile della morte della moglie».
Alle 19.30 Antonio Logli sbuca dalla strada e preme il telecomando per entrare in giardino. Sta guidando, con lui c’è il figlio. Entra piano, aspetta che il cancello scorrevole si chiuda e finalmente esce dall’auto. Non una parola. Con il citofono, munito di telecamera, che resta muto. Oggi, al lavoro, lui non ci andrà. Domani non si sa.
@taglions. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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