Il Tirreno

Pisa

Da Pisa alla Microsoft, il cammino di Francesca

di Carlotta Lattanzi
Da Pisa alla Microsoft, il cammino di Francesca

Per l’azienda è un esempio di leader al femminile: «Un futuro migliore? Solo se verrà data a tutti la possibilità di diventare la versione migliore di sè» 

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PISA. Dal liceo classico di Pisa, alla Luiss. Poi di nuovo Pisa, la Scuola Sant’Anna e, ancora, Harvard. Una laurea in Economics e Institutional Studies e un dottorato di ricerca in Management. Curriculum invidiabile quello di Francesca Lazzeri, classe 1985, pisana di nascita e attualmente Data Scientist nelle ricerche sull’Intelligenza Artificiale a Boston.

A segnare il suo percorso d’eccellenza, un carattere determinato e una ferrea consapevolezza degli obiettivi da raggiungere, due qualità che la portano a conquistare un traguardo professionale dopo l’altro. Non sorprende allora che, giusto qualche settimana fa, l’azienda per cui lavora le tributasse un pubblico encomio, definendola esempio di leadership femminile.

Un riconoscimento a maggior ragione significativo, se si pensa che quella in questione non è un’azienda qualunque, ma una delle più grandi produttrici di software al mondo, con una capitalizzazione azionaria che nel 2017 ha superato i 7 miliardi di dollari: la Microsoft.

Oggi Francesca lavora sui cosiddetti “Big Data” sugli sviluppi applicativi dell’Intelligenza Artificiale e sull’Internet Of Things, settori tanto complessi quanto affascinanti. Noi l’abbiamo intervistata, non solo per farci svelare qualcosa in più su una tecnologia che promette di essere la protagonista assoluta del nostro futuro prossimo, ma anche per conoscere meglio una donna pisana che, ogni giorno, supera se stessa.

Pisana di nascita, oggi negli USA a svolgere un ruolo professionale di primaria importanza per una delle maggiori aziende al mondo in campo tecnologico. Il suo sembra uno dei casi più eclatanti di “intelligenze in fuga”, con un curriculum segnato da scelte evolutive sempre verso l’estero. Quanto queste scelte sono state inevitabili? C’è più biasimo o più affetto nello sguardo che oggi rivolgi alla città natale?

«Rimane uno sguardo di totale affetto e riconoscenza nei confronti di Pisa, una città che mi ha sempre offerto tanto, soprattutto in termini di formazione e stimolo intellettuale. Fin da piccola, ho avuto modo di frequentare le migliori scuole a Pisa e avere accesso con facilità a luoghi di arte e cultura come il Teatro Verdi e il cinema Arsenale. Tutto questo ha permesso di costruirmi quelle basi di educazione e pensiero critico che mi hanno poi accompagnata per tutto il mio percorso accademico e professionale. La voglia di andare all’estero e scoprire il mondo è sempre stata parte integrante di me fin da giovanissima. A 17 anni sono partita da sola per il Brasile per un viaggio studio. Non mi sono mai tirata indietro davanti alle opportunità (anche quelle più rischiose) di studiare o iniziare nuovi progetti di ricerca in posti dove non ero mai stata prima. Ma poi sono sempre tornata in Italia, fino a quando non ho avuto la possibilità, tramite una borsa di studio della Scuola Superiore Sant’Anna, di andare ad Harvard: scoprire gli Stati Uniti ha completamente rivoluzionato la mia vita e a quel punto ho capito che non sarei più tornata indietro».

«Non permettete a nessuno di dirvi cosa potete fare. Solo voi potete scegliere i vostri obiettivi»: alcune settimane fa rispondeva così quando la Microsoft le chiedeva di dare un consiglio alle donne, in particolare alle aspiranti scienziate. Dispiace dover sottolineare il genere di chi, come lei, è prima di tutto un’eccellenza in campo scientifico. Tuttavia misure positive o figure d’esempio sembrano ancora oggi indispensabili a riequilibrare situazioni di disparità, nonostante l’uguaglianza sia sancita a livello formale (almeno, in tutti i Paesi che si definiscono civili). Anche a lei allora la domanda di rito: ti sei mai trovata a combattere i luoghi comuni legati alla femminilità?

«Certo, ogni giorno, in Italia come negli Stati Uniti. Ma ho avuto anche la possibilità di incontrare tante persone (uomini e donne) durante il mio percorso che hanno creduto in me e mi hanno dato l’opportunità di lavorare tanto, imparare e migliorarmi ogni giorno. Combattere i luoghi comuni legati all’essere donna e, in generale, a tutte le minoranze, è diventato una parte integrante della mia vita non solo professionale. Per questo collaboro con molte istituzioni a Boston (Massachussetts Institue of Technology, Museum of Science, Codess Boston, Women in Data Science) che investono in programmi di educazione e formazione per giovani donne. Credo che un futuro migliore possa essere costruito solo nel momento in cui diamo la possibilità a tutti di diventare la versione migliore di loro stessi, investendo in educazione e sviluppo professionale per tutti, indipendentemente dal loro sesso o Paese di origine».

Parliamo del suo lavoro: come lo spiegheresti ai profani?

«A Microsoft, essere data scientist nel gruppo di ricerca sull’intelligenza artificiale significa creare soluzioni che tutti possono usare per semplificare o migliorare un processo o azione quotidiani. Queste soluzioni sono create tramite l’uso di tecnologia e dati, che vengono sapientemente usati insieme per imparare dal passato e predire un evento futuro. Un esempio concreto è la app di Netflix: nel momento in cui la inizi a usare, ti suggerisce alcuni film che potresti apprezzare e quindi vedere. Tale soluzione ha imparato a riconoscere il tuo profilo e preferenze come telespettatore e sulla base di milioni di altri dati riesce a individuare i film che ti potrebbero piacere. Sono molte comunque le AI solutions che sviluppo e colgo l’occasione per condividere con i lettori del Tirreno il mio account Twitter: @frlazzeri, che uso spesso per rispondere alle domande e alle curiosità sul mio lavoro».

L’Intelligenza Artificiale è una questione più che mai attuale: non più fantascienza ma, grazie agli sviluppi tecnologici, un dato ormai concreto della contemporaneità. I sistemi di IA sono sempre più sofisticati, tuttavia in un recente articolo il magazine Focus mette in discussione di “buon senso dell’AI”, paragonandolo a “un bambino molto piccolo che impara a bere da una bottiglia ma non sa come bere da una tazza”. Lei hai lavorato nell’ambito dell’Institute for Artificial Intelligence, il laboratorio di scienze informatiche voluto da Paul Allen, co-fondatore di Microsoft. Allen ha investito più di 125 milioni di dollari per insegnare il “Buon senso all’AI”, ovvero per insegnargli ad astrarre il problema a partire dalla soluzione. Chi meglio di lei può svelarci allora le prospettive di applicazione dell’AI e la sua pervasività sociale in un futuro prossimo e poi remoto. Riuscirà l’Ai a diventare “adulta”?

«L’AI riuscirà a crescere e diventare adulta nel momento in cui noi adulti “umani” sapremo darle il buon esempio: cosa che può essere raggiunta solo con una buona ed aperta regolamentazione sull’utilizzo dei dati e un’applicazione intelligente delle sue potenzialità in campi scientifici cruciali come quello della medicina, o per abbattere problemi sociali reali come la mancanza di elettricità in alcune zone del mondo e l’inquinamento terrestre. Sono tanti i pericoli legati all’AI, a partire dalla labile protezione sulla privacy dei dati degli utenti e le sempre più frequenti operazioni di hackeraggio, ma tanti anche gli effetti benefici: sta a noi decidere come usarla».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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