Il Tirreno

Pisa

Caso Ragusa, superteste tentò il suicidio

Pietro Barghigiani
Antonio Logli tra i suoi avvocati
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Antonio Logli tra i suoi avvocati

L'episodio nella caserma dei carabinieri. Gli avvocati di Antonio Logli: «Silvana Piampiani è inaffidabile»

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PISA. Un episodio mai rivelato finora che per la difesa di Antonio Logli diventa il fulcro per demolire la credibilità di uno dei due supertesti ritenuti affidabili in primo grado nella sentenza che condannò il marito di Roberta Ragusa a 20 anni per l’omicidio della moglie. Silvana Piampiani, la donna che con la sua testimonianza conferma la versione di Loris Gozi, nel febbraio 2014 cercò di suicidarsi nella caserma dei carabinieri. È uno degli elementi, mai emersi pubblicamente nel corso dell’inchiesta, che i difensori di Logli, gli avvocati Roberto Cavani e Saverio Sergiampietri, sottolineano nelle 14 pagine dei motivi aggiunti dell’appello depositati nei giorni scorsi in Corte d’Assise d’Appello.

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Il 14 maggio a Firenze ci sarà la sentenza della Corte (due giudici togati e sei popolari). Udienza a porte chiuse con la presenza di imputato, pm e parti civili. Il tentato suicidio (ne riferiamo per la rilevanza processuale del passaggio citato dalla difesa e da giorni agli atti del processo, ndr) non è un’informazione che i legali di Logli hanno acquisito con indagini difensive. Era nei documenti, tra informative e relazioni, (circa 12mila pagine), raccolti dai carabinieri pisani e del Ris di Roma. Una lettura più attenta ha portato in superficie un episodio che ha avuto come protagonista la donna. Una premessa utile per valutare con i dovuti filtri quello che poi ha fatto mettere a verbale. In primo grado è stato creduta quando ha dichiarato di aver visto quella notte in via Gigli il marito di Roberta e a distanza un uomo con un cagnolino (si presume Gozi). Per Cavani e Sergiampietri la teste che avalla la tesi di Gozi «alle 00,30 ho visto Logli da solo in auto in via Gigli e alle una circa litigare con una donna accanto a un’altra macchina» non può essere ritenuta affidabile. La sua capacità di testimoniare risulta compromessa, rimarcano i legali, da una serie di certificazioni mediche disposte anche dalla Procura.

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A fare da corollario a un quadro clinico compromesso c’è quell’episodio che segna i comportamenti della teste. È il 9 febbraio 2014 quando la donna si presenta al comando provinciale dei carabinieri. Lo scrivono i militari nell’annotazione di servizio pescata nei faldoni del processo. Dice che vuole «togliere la denuncia che aveva fatto in merito al caso Ragusa». Accompagnata dai due figli, avrebbe inizialmente manifestato un malore per poi «dar vita ad un tentativo di taglio delle vene, posto in essere con un coltello da cucina di 24 cm – di cui 12 di lama - che aveva nascosto nel giubbotto del figlio». Motivo? Pensava di non essere creduta abbastanza sul caso che ha diviso l’Italia. Aggiungono i legali che la psichiatra che ha in cura la donna «prospetta un eventuale futuro inserimento in strutture protette di tutti membri della famiglia della Piampiani, una volta in cui venisse a mancare la anziana madre».

Ma non c’è solo il tentativo di suicidio a “screditare” la versione di Silvana Piampiani che vive con la mamma e le figlie in via Gigli a poche centinaia di metri dal punto del presunto avvistamento la sera tra il 13 e il 14 gennaio 2012. Viene considerata una persona che risponde agli “stimoli mediatici” e ne viene condizionata.

«A ben vedere le dichiarazioni rese dalla Piampiani rispecchiano in tutto e per tutto il contenuto del servizio televisivo del 13 gennaio 2013 e successivi, discostandosene solo per ingigantirlo con ulteriori elementi di fantasia» scrivono i due avvocati. Che nell’integrazione all’appello sostengono che «non soltanto non si è fugato ogni ragionevole dubbio circa la possibile colpevolezza del Logli, ma anzi data prova con fattuali riscontri della assoluta inattendibilità, forse meglio mendacità, di quelli che la sentenza definisce testi principali». Il 14 maggio la sentenza.

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