Il Tirreno

Pisa

Terrorismo, sostenitori Isis arrestati per pericolo di fuga

Terrorismo, sostenitori Isis arrestati per pericolo di fuga

Tre tunisini erano ai domiciliari per droga, ma per l’accusa avrebbero  comunicato all’esterno in vista del pronunciamento della Cassazione

3 MINUTI DI LETTURA





PISA. L’accusa è di aver violato il divieto di comunicare imposto dalla condizione di arrestati ai domiciliari. Sullo sfondo c’è il pericolo di una fuga che potrebbe essere favorita dal pronunciamento della Cassazione sul ricorso dei difensori contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Torino che li vuole in carcere per terrorismo.

Quale sia la sostanza l’effetto pratico è che tre tunisini, di cui due residenti a Pisa e uno in provincia di Varese, sono stati arrestati. Sono gli stessi che nel novembre scorso diventarono un caso nazionale perché dopo la richiesta della Procura torinese di arrestarli prima dell’estate 2017, il gip aveva risposto picche. Con il ricorso al Tribunale del Riesame, la Procura aveva ottenuto la misura cautelare contro la quale il 23 gli avvocati dei tre immigrati discuteranno il ricorso davanti alla Suprema Corte.

Per l’accusa era attiva una cellula Isis sull’asse Torino-Pisa. E a farne parte con un’adesione più che ideale erano Nafaa Afli, 26 anni, Marwen Ben Saad, 30 anni, e Bilel Mejri, 26 anni. Ben Saad e Mejeri sono stati prelevati dalle loro residenze pisane e portati al Don Bosco. Afli è stato trasferito nel carcere di Varese. I tre sono difesi dagli avvocati Massimo Parenti e Sara Baldini. Erano ai domiciliari per effetto di un patteggiamento a ottobre per spaccio di droga a 3 anni e 7 mesi. Nelle cinque misure di custodia in cella figura anche il nome Bilel Chihaoui, 27 anni, espulso dall’Italia il 19 agosto 2016 dopo il fermo avvenuto nei boschi del Biscottino per aver scritto su Facebook: «Mi farò martire a Pisa».

Poco dopo furono fermati anche Afli Naafa e Mejri Bilel, assidui nella frequentazione delle piazze torinesi e pisane, soprattutto dello spaccio.

Uno dei cinque, come sottolinea il Tribunale del Riesame, «era pronto a compiere un’azione terroristica sul territorio» italiano. Altri due nordafricani, monitorati nella fase iniziale delle indagini, sono nel frattempo deceduti in Siria combattendo come foreign fighters. Tutti i tunisini erano giunti a Torino nel 2014 e avevano ottenuto permessi di soggiorno per motivi di studio: avevano falsamente dichiarato di essere iscritti all’università e di aver superato anche alcuni esami. Poi si erano spostati a Pisa, dove avevano creato una centrale dello spaccio di droga. Il Riesame evidenzia «la manifesta ed espressa adesione alla ideologia della jihad estremista e violenta» da parte dei tunisini, la loro «diretta partecipazione a comizi con militanti combattenti, l’assistenza legale ed economica a sodali arrestati, il sostegno e l’adesione alla partenza per le zone di guerra da parte di alcuni, l’omaggio rituale ai martiri in seguito al loro decesso». Elementi, questi, che indicano non solo «una mera adesione psicologica alla ideologia jihadista», ma anche la «creazione di una cellula estremistica islamica, di cui alcuni sodali sono partiti per le zone di guerra in Siria per combattere nelle fila dell’Isis, mentre uno era pronto a compiere un’azione terroristica sul territorio».

Erano ai domiciliari per droga, ora sono in cella per aver comunicato all’esterno nonostante fossero ai domiciliari e, sullo sfondo, pure per aver cercato di progettare una fuga.

La Cassazione deciderà se meritano il carcere anche perché sono sospettati di sostenere l’Isis.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani