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Pisa

Rivolta dei rimessaggi «Canoni stratosferici fissati dalla Regione»

Rivolta dei rimessaggi «Canoni stratosferici fissati dalla Regione»

Gli operatori della Golena d’Arno ricorrono al Tar «Ignorate le caratteristiche specifiche delle nostre attività»

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PISA. Per i clienti il rischio è di pagare un canone molto più alto di quello normalmente applicato per l’ormeggio di una barca nel vicino porto di Marina. Per le circa 40 aziende attive nella Golena d’Arno, il più grande porto naturale della Toscana con circa 3mila posti barca, il pericolo è di dover uscire dal mercato e rinunciare ad un settore che occupa oltre 300 lavoratori, tra diretti e indotto. Lo scorso anno, la Regione e la politica avevano promesso di rivedere i nuovi canoni regionali del demanio idrico che, conti alla mano, per i porticcioli d’Arno rischiavano di produrre un aumento fino al 600% rispetto a quanto pagato fino a pochi anni fa alla Provincia. Alle promesse non sono seguiti fatti. Anzi. Con la “riforma” che la Regione ha portato avanti, anche attraverso una serrata trattativa con l’Associazione porticcioli d’Arno che aderisce a ConfcommercioPisa, sfociata in una delibera pubblicata lo scorso agosto, per i piccoli imprenditori della Golena rischia di materializzarsi anche una beffa. Con canoni quintuplicati e l’introduzione di nuovi balzelli che rischiano di affondare un settore che nel tempo ha favorito lo sviluppo del comparto nautico pisano, ma che da anni si trova ad affrontare una profonda crisi.

I primi problemi nascono nell’agosto del 2015, quando la Regione, acquisite le competenze sul demanio idrico fino a qualche anno prima “detenute” dalla Provincia, decide di sostituire il sistema di calcolo del canone annuale, anche con l’obiettivo di uniformarlo a tutto il territorio regionale. «Un iter contraddittorio e complesso, il cui esito è stato quello di un aggravamento delle condizioni degli operatori della Golena d'Arno con tariffe che risultavano quintuplicate e aumenti che in alcuni casi superavano il 600%», accusa l’associazione, che da quel momento ha avviato con la Regione una trattativa materializzata in una serie di incontri con i rappresentanti politici ed amministrativi.

Nonostante le promesse, la giunta regionale con una delibera dello scorso agosto ha reso «ancora più nebuloso e finanziariamente insostenibile il futuro delle aziende». Decisione che l’associazione ha deciso di impugnare presentando ricorso al Tar. La Regione ha infatti previsto una tariffa per i manufatti basata sul valore di mercato, inizialmente non prevista; il reinserimento dell’imposta addizionale del 50% sui canoni a partire dal 2019 (congelata per il 2017 e 2018, ma nel 2016 gli operatori hanno dovuto anche pagare gli arretrati degli ultimi cinque anni che la Regione ha considerato dovuti e che la Provincia non ha mai riscosso); il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività; la mancanza di una previsione normativa che superi i vincoli idraulici per il rilascio della concessione; la mancanza di una procedura di rateizzazione dei canoni e delle indennità. Previsioni che andranno a regime nel dicembre 2019 e che produrranno gli stessi aumenti inizialmente previsti e che la Regione aveva promesso di “rivedere”. Il tutto basato sulla necessità di uniformare i canoni a livello regionale, senza però tenere conto della specificità degli insediamenti nautici sull'Arno.

«A differenza di altri, attivi 12 mesi su 12, nella Golena d’Arno è possibile lavorare solo cinque mesi all’anno - accusa Massimo Bacherotti, presidente dell’associazione -, ma soprattutto ci ritroveremo a pagare canoni simili a quelli applicati all’Elba e all’Argentario dove l’attrattività turistica è nettamente maggiore». Un quadro di precarietà che non permette investimenti, ma soprattutto rischia di far perdere posti di lavoro e servizi. «Speriamo - conclude Emiliano Marchi, vicepresidente dell’associazione - che la politica venga incontro alle nostre necessità prima dell’esito del ricorso».

Danilo Renzullo

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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