Il presidio
assenteismo in camice bianco
Figurava al Santa Chiara ma lavorava nel privato
PISA. Dopo la condanna penale, in attesa di appello, arriva anche quella della magistratura contabile. Il dottor Paolo Giovanni Artini, 58 anni, di Arezzo, deve risarcire l’Azienda ospedaliera con...
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PISA. Dopo la condanna penale, in attesa di appello, arriva anche quella della magistratura contabile. Il dottor Paolo Giovanni Artini, 58 anni, di Arezzo, deve risarcire l’Azienda ospedaliera con 41mila euro.
Sono soldi che, per l’accusa, il dirigente sanitario avrebbe percepito nonostante si trovasse fuori dall’ospedale per partecipare a congressi o lavorare in cliniche private. Un’assenza dal servizio comunque retribuita che ora la Corte dei conti monetizza in favore del datore di lavoro.
Nel novembre 2013 Artini, all’epoca dei fatti responsabile del laboratorio di procreazione assistita al dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Università e ricercatore universitario a tempo indeterminato, fu condannato a un anno e mezzo per truffa.
Secondo la Procura per l'azienda ospedaliera il dottore figurava come presente al Santa Chiara mentre prendeva parte a congressi internazionali. E ancora, negli stessi giorni in cui risultava in servizio per l'Aoup prestava la sua opera professionale da privato in cliniche o negli ospedali di Lecce e Bari. La contestazione di danno erariale è riferita al pagamento dello stipendio nonostante lavorasse per i privati o in libera professione. Una sovrapposizione di giorni in cui figurava nelle stesse ore al Santa Chiara e in Puglia, a fare fecondazioni assistite o a partecipare a convegni.
La tesi difensiva del medico è stata quella del monte ore a credito verso l’Azienda ospedaliera da utilizzare a suo piacimento. In pratica Artini sosteneva di aver lavorato molto più di quanto fosse stato retribuito. E quindi aveva delle ore da impiegare per le quali non chiedeva emolumenti. Una tesi respinta dai giudici contabili che scrivono: «La flessibilità oraria non costituisce una sorta di “privilegio” per la citata dirigenza, ma rappresenta un meccanismo di maggior responsabilizzazione e di orientamento al risultato, nel senso che l’assolvimento di un debito orario “minimo” non può esaurire, per il dirigente, la prestazione lavorativa e non può quindi essere invocato a fini valutativi. Se si sposasse la tesi difensiva si accetterebbero risultati logicamente paradossali per cui vi sarebbe la possibilità, per un primario, di non presentarsi quasi mai nel reparto diretto, purché il reparto consegua comunque i risultati programmati».(p.b.)
Sono soldi che, per l’accusa, il dirigente sanitario avrebbe percepito nonostante si trovasse fuori dall’ospedale per partecipare a congressi o lavorare in cliniche private. Un’assenza dal servizio comunque retribuita che ora la Corte dei conti monetizza in favore del datore di lavoro.
Nel novembre 2013 Artini, all’epoca dei fatti responsabile del laboratorio di procreazione assistita al dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Divisione di Ostetricia e Ginecologia dell’Università e ricercatore universitario a tempo indeterminato, fu condannato a un anno e mezzo per truffa.
Secondo la Procura per l'azienda ospedaliera il dottore figurava come presente al Santa Chiara mentre prendeva parte a congressi internazionali. E ancora, negli stessi giorni in cui risultava in servizio per l'Aoup prestava la sua opera professionale da privato in cliniche o negli ospedali di Lecce e Bari. La contestazione di danno erariale è riferita al pagamento dello stipendio nonostante lavorasse per i privati o in libera professione. Una sovrapposizione di giorni in cui figurava nelle stesse ore al Santa Chiara e in Puglia, a fare fecondazioni assistite o a partecipare a convegni.
La tesi difensiva del medico è stata quella del monte ore a credito verso l’Azienda ospedaliera da utilizzare a suo piacimento. In pratica Artini sosteneva di aver lavorato molto più di quanto fosse stato retribuito. E quindi aveva delle ore da impiegare per le quali non chiedeva emolumenti. Una tesi respinta dai giudici contabili che scrivono: «La flessibilità oraria non costituisce una sorta di “privilegio” per la citata dirigenza, ma rappresenta un meccanismo di maggior responsabilizzazione e di orientamento al risultato, nel senso che l’assolvimento di un debito orario “minimo” non può esaurire, per il dirigente, la prestazione lavorativa e non può quindi essere invocato a fini valutativi. Se si sposasse la tesi difensiva si accetterebbero risultati logicamente paradossali per cui vi sarebbe la possibilità, per un primario, di non presentarsi quasi mai nel reparto diretto, purché il reparto consegua comunque i risultati programmati».(p.b.)
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