Il Tirreno

Pisa

«Spogliati o ti butto nel fiume, così mi picchiava e violentava»

«Spogliati o ti butto nel fiume, così mi picchiava e violentava»

Il racconto di una donna di 39 anni in aula di fronte ai magistrati nel processo a carico dell’amante L’uomo è accusato di violenza sessuale, lesioni e stalking. «Avevo paura, non riuscivo a liberarmi di lui»

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PISA. All’inizio sembrava solo un po’ geloso. «Suonava alla porta, picchiava forte i pugni. “Perché non mi rispondi al telefono”, gridava. Poi ha cominciato a seguirmi. Violento? No. Anzi sì, lo era, ma dopo. All’inizio chiedeva scusa, sembrava buono. Poi ho dovuto cambiare casa, mi ha trovata anche lì, una volta mi diede un pugno in testa, per strada. E poi sì, è vero, mi picchiava e subito dopo mi chiedeva sesso, voleva che mi spogliassi, che lo facessi. Così, come se fosse normale. Come se non avessimo litigato». Nina (il nome è di fantasia, ndr), 39 anni, ne è uscita davvero nel 2015.

La sua storia con Leo, quattro anni più giovane di lei, è iniziata nel 2009. Si conoscono sotto Natale. Entrambi stranieri, entrambi sposati, lei con due figlie di 12 e 17 anni e un marito lontano in Ucraina, qui fa la badante, vive in città. Lui anche, albanese, si arrangia da operaio. La loro è una storia clandestina, all’inizio l’amore sembra una vertigine, un tuffo proibito e irrinunciabile, poi diventa un cappio, un gas tossico che piano piano la stritola in una spirale di paura, botte, violenza sessuale. Un gorgo da cui è uscita lentamente, a fatica, anche dopo la prima denuncia alla squadra mobile di Pisa, nel febbraio 2012, e che ieri ha ripercorso in aula, davanti al giudice Elsa Idaresta quasi camminando fra le nebbie dei ricordi, fra i flash di una storia diventata col tempo una camicia di forza, una prigione di ricatti con cui lui l’ha costretta a non potersi mai davvero allontanare e per cui adesso la pm Lydia Pagnini lo accusa di stalking, violenza sessuale e lesioni. Difeso dall’avvocato Carlo Lobardi, per l’uomo era scattato un divieto di avvicinamento due anni fa, dopo le ultime denunce. Ma è scaduto e lui è tornato in Albania, da cui non sembra aver voglia di tornare in Italia. «Se mi rifiutavo di spogliarmi minacciava di chiamare mio marito, di raccontargli che lo tradivo. Alla fine, quando sono fuggita e tornata dalla mia famiglia in Ucraina, lo ha fatto. Si è perfino fatto aiutare da una amica che parlava la mia lingua. Mio marito gli ha creduto e io alla fine ho confessato, così mi ha lasciata, ha voluto il divorzio». Ma per Nina Leo è una strana calamita. Lo odia, ma non riesce, anzi non può staccarsene. Torna in Italia e lui si fa di nuovo vivo con lei. «Mi ha chiesto perdono, diceva che avrebbe smesso». E dopo pochi mesi l’amore vira ancora verso le botte, le minacce. «Era ossessivo. Mi cercava a lavoro, diceva che avrebbe detto ai miei datori di lavoro che facevo la prostituta, una ladra».

Nina è ingenua, ci crede, pensa sia davvero possibile, che lui possa farla arrestare. Intanto continua a minacciarla. «Non voleva che uscissi da sola con un’amica. Ti brucio, ti butto nel fiume, ti sparo, mi diceva. Una volta la pistola me l’ha anche mostrata». Poi, nell’estate 2013, un’aggressione di fronte a testimoni. A Livorno, dove si è spostata a lavorare per provare a sfuggirgli. «L’ho visto dal terrazzo di casa - testimonia un vigile del fuoco - la prendeva a calci e pugni, la sbatacchiava nel muro, lei non riusciva a difendersi. Gridava soltanto». Si torna in aula a inizio novembre per la sentenza.

Mario Neri
 

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