Il presidio
Boom di imprese turistiche Sono il 26% in più in dieci anni
Resta il dato negativo del commercio al dettaglio: quasi 8 attività su cento hanno chiuso tra il 2007 e il 2017. Romoli: «La crisi ha cambiato l’economia dell’intera area pisana»
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PISA. Meno commercio tradizionale, più ristorazione e turismo. La grande recessione – scoppiata a fine agosto di dieci anni fa – ha trasformato profondamente il volto delle nostre città, modificando la composizione delle attività urbane e scambiando le vetrine dei negozi con pub, bar, ristoranti e attività turistiche. Questo il quadro che emerge della studio Confesercenti che è stato presentato nei giorni scorsi. Uno studio suddiviso per regioni e province che prende in esame un intervallo di tempo di dieci anni. A livello regionale, dal 2007 al 2017, sono sparite oltre 6.500 attività di commercio a dettaglio a fronte di 4.600 nuove aperture tra strutture ricettive e ristorazione.
«La riduzione dei negozi non ha colpito in egual misura tutte le tipologie di impresa – spiega il presidente di Confesercenti Toscana Nord Alessio Lucarotti - Sono state infatti le imprese di abbigliamento e calzature a pagare lo scotto più alto. Tra le cause anche il regime di deregulation dei giorni e degli orari di apertura introdotto a partire da gennaio 2012 dal Governo Monti. Una liberalizzazione insostenibile per i piccoli, che ha favorito solo la grande distribuzione, la cui quota di mercato nel periodo è passata dal 57,7 al 60,2%. Sul fronte dei pubblici esercizi e del turismo, invece, si assiste ad una forte crescita con un forte aumento di b&b e affittacamere: solo negli ultimi cinque anni hanno registrato un incremento del 56%, e si prevede che, da qui al 2021, il numero sia destinato a salire ancora del 23%».
Questo quadro lo ritroviamo anche nella provincia di Pisa: nel 2007 il commercio al dettaglio contava 7.187 attività, passate nel 2017 a 6.616, con un calo percentuale del 7,9%. Per quanto riguarda alberghi e ristoranti, invece, siamo passati da 2.670 a 3.368 con un aumento del 26,1%. «È del tutto evidente che l’economia provinciale – commenta Simone Romoli, responsabile area pisana di Confesercenti – in questi dieci anni si è sempre più convertita verso le categorie legate al turismo, turismo che pur tra alti e bassi ha resistito. Il dato dell’aumento del numero di strutture ricettive e pubblici esercizi è emblematico: quasi 700 in più dal 2007 al 2017. La percentuale di crescita di questi settori è nettamente la più alta a livello toscano: al secondo posto troviamo infatti Prato con un più 19,4% e poi Arezzo con più 13%. Il tasso di crescita del 26% pisano è addirittura superiore alla media nazionale che si attesta al 20%. Una crescita che ha portato con se, purtroppo, il fenomeno dell’abusivismo sia quello ricettivo che quello degli home restaurant. Fenomeni verso i quali abbiamo chiesto a più riprese controlli capillari».
«Questi numeri devono deve farci lavorare insieme alle amministrazioni comunali almeno su due fronti - conclude Romoli - Innanzitutto quello di far rivivere i centri storici con un modello di gestione e sviluppo urbano in cui le attività tradizionali convivano con i pubblici esercizi. Anche a Pisa esistono già quartieri virtuosi in cui i locali della movida convivono senza problemi con altre attività; un modello da valorizzare ed estendere per combattere il degrado. Secondo fronte, infine, fare del turismo, ancor più, il traino per l’economia per allargare i benefici anche agli altri settori».
«La riduzione dei negozi non ha colpito in egual misura tutte le tipologie di impresa – spiega il presidente di Confesercenti Toscana Nord Alessio Lucarotti - Sono state infatti le imprese di abbigliamento e calzature a pagare lo scotto più alto. Tra le cause anche il regime di deregulation dei giorni e degli orari di apertura introdotto a partire da gennaio 2012 dal Governo Monti. Una liberalizzazione insostenibile per i piccoli, che ha favorito solo la grande distribuzione, la cui quota di mercato nel periodo è passata dal 57,7 al 60,2%. Sul fronte dei pubblici esercizi e del turismo, invece, si assiste ad una forte crescita con un forte aumento di b&b e affittacamere: solo negli ultimi cinque anni hanno registrato un incremento del 56%, e si prevede che, da qui al 2021, il numero sia destinato a salire ancora del 23%».
Questo quadro lo ritroviamo anche nella provincia di Pisa: nel 2007 il commercio al dettaglio contava 7.187 attività, passate nel 2017 a 6.616, con un calo percentuale del 7,9%. Per quanto riguarda alberghi e ristoranti, invece, siamo passati da 2.670 a 3.368 con un aumento del 26,1%. «È del tutto evidente che l’economia provinciale – commenta Simone Romoli, responsabile area pisana di Confesercenti – in questi dieci anni si è sempre più convertita verso le categorie legate al turismo, turismo che pur tra alti e bassi ha resistito. Il dato dell’aumento del numero di strutture ricettive e pubblici esercizi è emblematico: quasi 700 in più dal 2007 al 2017. La percentuale di crescita di questi settori è nettamente la più alta a livello toscano: al secondo posto troviamo infatti Prato con un più 19,4% e poi Arezzo con più 13%. Il tasso di crescita del 26% pisano è addirittura superiore alla media nazionale che si attesta al 20%. Una crescita che ha portato con se, purtroppo, il fenomeno dell’abusivismo sia quello ricettivo che quello degli home restaurant. Fenomeni verso i quali abbiamo chiesto a più riprese controlli capillari».
«Questi numeri devono deve farci lavorare insieme alle amministrazioni comunali almeno su due fronti - conclude Romoli - Innanzitutto quello di far rivivere i centri storici con un modello di gestione e sviluppo urbano in cui le attività tradizionali convivano con i pubblici esercizi. Anche a Pisa esistono già quartieri virtuosi in cui i locali della movida convivono senza problemi con altre attività; un modello da valorizzare ed estendere per combattere il degrado. Secondo fronte, infine, fare del turismo, ancor più, il traino per l’economia per allargare i benefici anche agli altri settori».
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