Gang in cella, piena confessione del palo
Marco Carciati ha svelato ruoli e confermato le presenze di chi tentò l’assalto alla gioielleria di via Battelli
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PISA. Marco Carciati ha confermato al pubblico ministero la partecipazione di Gabriele Kiflè alla rapina. È una delle novità emerse nel corso dei riscontri avviati dalla Procura prima di procedere agli arresti in cella disposti dai gip di tre Tribunali diversi.
«Ci sono state ammissioni confessorie» chiosa nel gergo giudiziario il procuratore capo, Alessandro Crini. A dare un contributo al quadro indiziario è la testimonianza di Carciati, pisano, precedenti per lesioni e danneggiamenti in occasione di scontri al seguito della tifoseria del Pisa di cui è un sostenitore.
Scrive il gip di Latina: «Un ulteriore tassello è poi rappresentato dalle dichiarazioni rese da Carciati Marco in data 18 luglio al pm di Pisa da cui emerge in modo incontrovertibile la partecipazione di Kiflè Gabriele alla rapina e, di conseguenza, la sua responsabilità per tutti i fatti ascritti». Non doveva partecipare alla rapina, Simone Bernardi. Al suo posto ci doveva essere “l’indegno”. Non fanno il nome il fratello di Bernardi e quello di Gabriele Kiflè, arrestato con l’accusa di essere lo sparatore nella gioielleria Ferretti. Dovrebbe trattarsi di Daniele Masi, 39 anni, di Pomezia, anche lui in cella.
Quei tre colpi che hanno innescato la reazione del titolare poi sfociata nell’omicidio del 43enne bandito di Aprilia. Nelle intercettazioni alla base dell’arresto i familiari si interrogano su quella tragica rapina. «Amici e parenti del deceduto erano risentiti, presumibilmente perché Bernardi Simone era stato abbandonato dai compagni nella gioielleria» prosegue il gip nel convalidare l’arresto in cella di Kiflè. Massimiliano Bernardi, fratello di Simone, voleva conoscere gli altri complici (uno dei quali indicato dal fratello di Kiflè con l’appellativo di “indegno”) «e per tale ragione esigeva un incontro, alla presenza di Gabriele, per togliersi “il sasso dalla scarpa” ». Kiflè e Carciati dopo la rapina spariscono dalla circolazione. Si legge nell’ordinanza di custodia: «Gabriele stava vivendo una fase di “clandestinità” in quanto afflitto da preoccupazioni analoghe a quelle del Carciati, era ospitato in luogo diverso dalla sua abituale dimora, a Sezze, ed era costretto a rimanere in tale località quantomeno fino ai “funerali!” (Bernardi), per sottrarsi alla vista di amici e parenti del Bernardi, poiché costoro lo volevano “menare” per non meglio esplicitate “colpe” , per i recenti fatti accaduti a Pisa». Al telefono la mamma cerca di calmare Kiflè e di non parlare al cellulare.
Mamma: «Devi stare calmo».
Kiflè: «A me non me ne frega un cazzo di nessuno».
Mamma: «Ah! sì? »
Kiflè: «Oh! Non so più pietà di nessuno, tappati le orecchie e senti».
Mamma: «Non hai paura di quella persona che è un altro fratello tuo? »
Kiflè: «Oh! Forse di che cosa».
Mamma: «E poi ha detto che tu devi stare buono».
Mamma: «Tu quando bevi non ragioni». (p. b.)
«Ci sono state ammissioni confessorie» chiosa nel gergo giudiziario il procuratore capo, Alessandro Crini. A dare un contributo al quadro indiziario è la testimonianza di Carciati, pisano, precedenti per lesioni e danneggiamenti in occasione di scontri al seguito della tifoseria del Pisa di cui è un sostenitore.
Scrive il gip di Latina: «Un ulteriore tassello è poi rappresentato dalle dichiarazioni rese da Carciati Marco in data 18 luglio al pm di Pisa da cui emerge in modo incontrovertibile la partecipazione di Kiflè Gabriele alla rapina e, di conseguenza, la sua responsabilità per tutti i fatti ascritti». Non doveva partecipare alla rapina, Simone Bernardi. Al suo posto ci doveva essere “l’indegno”. Non fanno il nome il fratello di Bernardi e quello di Gabriele Kiflè, arrestato con l’accusa di essere lo sparatore nella gioielleria Ferretti. Dovrebbe trattarsi di Daniele Masi, 39 anni, di Pomezia, anche lui in cella.
Quei tre colpi che hanno innescato la reazione del titolare poi sfociata nell’omicidio del 43enne bandito di Aprilia. Nelle intercettazioni alla base dell’arresto i familiari si interrogano su quella tragica rapina. «Amici e parenti del deceduto erano risentiti, presumibilmente perché Bernardi Simone era stato abbandonato dai compagni nella gioielleria» prosegue il gip nel convalidare l’arresto in cella di Kiflè. Massimiliano Bernardi, fratello di Simone, voleva conoscere gli altri complici (uno dei quali indicato dal fratello di Kiflè con l’appellativo di “indegno”) «e per tale ragione esigeva un incontro, alla presenza di Gabriele, per togliersi “il sasso dalla scarpa” ». Kiflè e Carciati dopo la rapina spariscono dalla circolazione. Si legge nell’ordinanza di custodia: «Gabriele stava vivendo una fase di “clandestinità” in quanto afflitto da preoccupazioni analoghe a quelle del Carciati, era ospitato in luogo diverso dalla sua abituale dimora, a Sezze, ed era costretto a rimanere in tale località quantomeno fino ai “funerali!” (Bernardi), per sottrarsi alla vista di amici e parenti del Bernardi, poiché costoro lo volevano “menare” per non meglio esplicitate “colpe” , per i recenti fatti accaduti a Pisa». Al telefono la mamma cerca di calmare Kiflè e di non parlare al cellulare.
Mamma: «Devi stare calmo».
Kiflè: «A me non me ne frega un cazzo di nessuno».
Mamma: «Ah! sì? »
Kiflè: «Oh! Non so più pietà di nessuno, tappati le orecchie e senti».
Mamma: «Non hai paura di quella persona che è un altro fratello tuo? »
Kiflè: «Oh! Forse di che cosa».
Mamma: «E poi ha detto che tu devi stare buono».
Mamma: «Tu quando bevi non ragioni». (p. b.)
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