Il Tirreno

Pisa

La rabbia degli agenti «Basta fare i cuscinetti della politica locale»

Presidio in piazza per una gestione diversa della sicurezza «Inutile impegnare i poliziotti alle assemblee consiliari»

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PISA. Per una volta in piazza a protestare, senza alzare la voce, c’erano loro. I poliziotti. Una selva di sigle sindacali, tra questura (unico assente il Silp-Cgil) e polizia penitenziaria.

Una volantinaggio tra piazza XX Settembre e Corso Italia ieri pomeriggio per far sapere alla gente che i poliziotti pisani sono stanchi di essere usati «come una sorta di cuscinetto o di salvagente per risolvere tutte quelle questioni sociali che non trovano soluzione nelle scelte politiche e governative della città che sovente vengono tramutate quasi sempre in questioni di ordine pubblico». Una tirata d’orecchie a chi pretende la polizia per qualunque tensione che da fisiologica e sociale - dal lavoro alla casa - viene trasformata in un’emergenza di ordine pubblico.

I delegati sindacali di Siulp, Sap, Siap, Consap, Federazione Uil polizia e LeS per l’Ugl lo hanno denunciato anche ieri: «Siamo poliziotti e dobbiamo garantire la sicurezza in strada, non presidiare i consigli comunali con decine di agenti». Ma questo è solo uno degli utilizzi contestati dai sindacati di polizia.

«Siamo i primi che vogliono la sicurezza – spiega Vito Giangreco del Siulp –. Ma ci ritroviamo a sopperire alle carenze della politica. Vogliamo essere impiegati per altro. Non per stare interi pomeriggi all’esterno del Comune o per intervenire negli sgomberi. La forza pubblica deve essere l’ultima ratio, non la prima soluzione a cui si ricorre».

I sindacalisti accolgono con favore le ultime dichiarazioni del sindaco Marco Filippeschi. «Dice quanto sostenuto da noi da anni: il problema della stazione non è solo una questione di ordine pubblico ma anche un problema di tipo fisico, non bastano solo le operazioni di polizia per rendere più vivibile e fruibile la zona in modo da garantire più sicurezza ai cittadini ai commercianti ed ai turisti, ma servono interventi per riqualificare l’area».

Carenza di organici, età avanzata del personale, una legislazione che non garantisce la certezza della pena. Non credono che trasferire la questura alla stazione sia la panacea di tutti i mali.

«Gente arrestata che dopo poche ore rivediamo in giro» denunciano i poliziotti che auspicano una valutazione più attenta nell’impiego degli agenti, «spesso sottratti ad altri servizi investigativi o di controllo del territorio, al servizio di questo o di quel politico di turno anche quando il sereno ascolto e dialogo creerebbe condizioni diverse dall’impiego massiccio della forza pubblica».

Se in questura il tema sicurezza è un nervo scoperto, non meno sentita è la condizione degli operatori della penitenziaria. Ieri in piazza c’erano i sindacalisti di Osapp, Uil Pa Pp e Ugl.

«Il Don Bosco andrebbe chiuso – ribadiscono gli agenti –. A livello strutturale è un’indecenza e ci sono gravi lacune anche sul fronte della sicurezza e della videosorveglianza. Le aggressioni dei detenuti, sempre più nervosi, contro di noi sono all’ordine del giorno. Il personale è in avanti con gli anni di servizio. Serve, anche per la nostra categoria, un ricambio generazionale». Invitata dai sindacati, a breve visiterà il carcere il sindaco di Cascina, Susanna Ceccardi.

Poliziotti della questura e del Don Bosco concordano nel pretendere leggi certe. Norme capaci di «da un lato di evitare la frustrazione dei tutori dell’ordine che troppo spesso vedono vanificati tutti gli sforzi e rischi per assicurare alla giustizia chi delinque e dall’altro rafforzano nella criminalità la consapevolezza dell’impunità che ormai sembra diffusa da spingere la delinquenza straniera - come non bastasse quella italiana- ad agire nel nostro Paese ritenendolo una sorta di limbo dove poter delinquere senza freni. Questo a causa di una lungaggine dei processi o della farraginosità di alcune norme sempre più a garanzia dei criminali e sempre meno a tutela delle forze di polizia». I poliziotti vogliono proteggere i cittadini e non essere schierati intorno ai palazzi della politica e dalla politica usati per tamponare gli effetti di un’assenza di dialogo con i centri nevralgici delle tensioni sociali in città.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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