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«Giugno pericoloso» Dai covi anarchici la chiamata alle armi
PISA. Volti travisati e bottiglie incendiarie per trasformare in cenere simboli o apparati dello Stato. Gli inquirenti non escludono nessuna pista, ma una tra quelle più battute resta la matrice...
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PISA. Volti travisati e bottiglie incendiarie per trasformare in cenere simboli o apparati dello Stato. Gli inquirenti non escludono nessuna pista, ma una tra quelle più battute resta la matrice anarchica. Obiettivo e modalità dell’attacco della notte tra domenica e lunedì riportano al modus operandi di quelle cellule che nel variegato mondo della A cerchiata hanno scelto la strada dell’azione diretta. Né una firma, né una rivendicazione. L’attentato per adesso resta opera di ignoti, ma le fiamme che hanno avvolto le auto della polizia penitenziaria potrebbero ravvivare quel focolaio dell’anarco-insurrezionalismo che a Pisa non è mai stato del tutto domato. L’attentato, potrebbe inserirsi in quella sorta di “chiamata alle armi” che è arrivato dopo un lungo periodo di “riflessione” tra le varie componenti dell’insurrezionalismo anarchico. L’hanno definito un “Giugno pericoloso”. Una vera e propria mobilitazione per esprimere solidarietà agli anarchici finiti in carcere, ma soprattutto per vendicare l’operazione “Scripta Manent” che lo scorso autunno ha portato in carcere sette persone ritenute responsabili di vari attentati (tra i quali il ferimento del manager Ansaldo Roberto Adinolfi). Ipotesi e coincidenze in un campo infuocato in cui gli inquirenti stanno cercando di farsi spazio. Non è un caso, però, che il mese di giugno sia stato “inaugurato” con un attentato a Bologna che ha mandato in fumo un ripetitore telefonico e il sabotaggio in Trentino di ripetitori tv, radio e telefonici, entrambi rivendicati da sigle anarchiche e “giustificate” come risposta all’indagine dello scorso settembre della procura di Torino che ha portato in carcere sette membri ritenuti responsabili di vari attacchi firmati dalla Federazione anarchica informale, una galassia di cellule affini, ma non collegate tra di loro, che insegue l’obiettivo comune di “distruzione dello Stato e del capitale”. Non a caso, in un appartamento di Riglione, viveva Stefano Gabriele Fosco, ritenuto la presunta mente degli anarco-insurrezionalisti del nuovo millennio, finito in manette insieme alla compagna nel giugno del 2012. Nato in Argentina e vissuto a Chieti, Fosco ha scoperto la città della Torre in occasione delle proteste contro il processo alle Cellule di offensiva rivoluzionaria che a Pisa, nei primi anni Duemila, hanno seminato bombe e paura. Non è un caso nemmeno che uno dei primi incontri per analizzare le ripercussioni dell’operazione repressiva si sia svolto nel centro di Pisa lo scorso novembre. «È necessario il confronto tra chi riconosce propria la responsabilità di rivendicare l’idea anarchica, le sue tensioni e pratiche», specificarono gli organizzatori diffondendo sul web l’invito. La pista anarchica, resta un’ipotesi, ma le fiamme della scorsa notte potrebbero aver riacceso quel focolaio insurrezionalista che a Pisa non è stato ancora domato.(d.r.)
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