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«Ora spazio ai giovani, fermiamo chi fugge»
PISA. Non ha dubbi Rolando Ferri. Il direttore di Filologia, letteratura e linguistica utilizzerà i finanziamenti premio del Miur per reclutare giovani, evitare che fuggano all’estero o per farli...
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PISA. Non ha dubbi Rolando Ferri. Il direttore di Filologia, letteratura e linguistica utilizzerà i finanziamenti premio del Miur per reclutare giovani, evitare che fuggano all’estero o per farli rientrare.
Professor Ferri, perché siete stati considerati i più bravi?
«Perché ciò che abbiamo pubblicato su riviste scientifiche e internazionali è stato giudicato, in gran parte anche da valutatori stranieri, di grande qualità. Ma attenzione, non eravamo in competizione con tutte le discipline. Siamo i migliori fra i letterati di Italia, peraltro in compagnia di altri 10-15 dipartimenti. E bisognerà combattere per tenere stretto il primato».
La storia delle facoltà di Lettere e Lingue è costellata da grandissimi italianisti, grecisti, latinisti, critici letterari: da Francesco Orlando a Carlo Alberto Madrignani, da Marco Santagata a Mirko Tavoni, Mauro Tulli e Fabrizio Franceschini. Anche i nomi fanno la differenza?
«Certo. Alcuni di quelli che ha citato non ci sono più come Madrignani e Orlando, altri si sono trasferiti alla Normale come Alfredo Stussi e Gian Biagio Conte, altri sono vicini alla pensione, ma sono tutti maestri che hanno formato generazioni di allievi, lasciato una grande tradizione. Questo dipartimento ha ormai un respiro internazionale, molti dei nostri docenti ricevono incarichi da atenei esteri, abbiamo biblioteche digitalizzate molto grandi. Insomma, tutte cose che ci pongono al livello di grandi università europee come Oxford e Cambridge, che tradizionalmente hanno risorse decisamente superiori».
È una rivincita per discipline ultimamente bistrattate, soprattutto per le prospettive occupazionali che offrono?
«Beh sì. A volte abbiamo faticato a raccontare ciò che siamo, e cioè una realtà dinamica e innovativa. Ma finora ho solo trovato sostegno, anche da chi apparteneva a aree scientifiche diverse, soprattutto su progetti interdisciplinari. Molti umanisti si lamentano perché sono abituati a un mondo vecchio, di privilegi indiscussi, o perché non sono mai stati fuori d’Italia. Bisogna uscire dalla nicchia autoreferenziale e confrontarsi. Qui si trattava di valutare la ricerca, ma certamente questi risultati ci renderanno più attrattivi».
Fare ottima ricerca significa fare anche buona didattica?
«La didattica universitaria è sempre nutrita dalla migliore ricerca, che in sostanza significa valutazione critica dei contenuti. È questo l’insegnamento principale che impartiamo. Credo molto utile sul mercato del lavoro».
Cosa farete con i finanziamenti?
«Non son ancora certi. Il voto influirà sull’assegnazione delle risorse premiali per il 70%, il restante 30% dovremo giocarcelo presentando un buon progetto. Ma se dovessero arrivare, penso sia necessario dare una prospettiva ai giovani di talento che altrimenti andrebbero all’estero oppure investire per far rientrare chi se n’è già andato. Insomma, valorizzare i giovani che le restrizioni economiche di questi ultimi anno hanno un po’ sacrificato».
(m.n.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA .
Professor Ferri, perché siete stati considerati i più bravi?
«Perché ciò che abbiamo pubblicato su riviste scientifiche e internazionali è stato giudicato, in gran parte anche da valutatori stranieri, di grande qualità. Ma attenzione, non eravamo in competizione con tutte le discipline. Siamo i migliori fra i letterati di Italia, peraltro in compagnia di altri 10-15 dipartimenti. E bisognerà combattere per tenere stretto il primato».
La storia delle facoltà di Lettere e Lingue è costellata da grandissimi italianisti, grecisti, latinisti, critici letterari: da Francesco Orlando a Carlo Alberto Madrignani, da Marco Santagata a Mirko Tavoni, Mauro Tulli e Fabrizio Franceschini. Anche i nomi fanno la differenza?
«Certo. Alcuni di quelli che ha citato non ci sono più come Madrignani e Orlando, altri si sono trasferiti alla Normale come Alfredo Stussi e Gian Biagio Conte, altri sono vicini alla pensione, ma sono tutti maestri che hanno formato generazioni di allievi, lasciato una grande tradizione. Questo dipartimento ha ormai un respiro internazionale, molti dei nostri docenti ricevono incarichi da atenei esteri, abbiamo biblioteche digitalizzate molto grandi. Insomma, tutte cose che ci pongono al livello di grandi università europee come Oxford e Cambridge, che tradizionalmente hanno risorse decisamente superiori».
È una rivincita per discipline ultimamente bistrattate, soprattutto per le prospettive occupazionali che offrono?
«Beh sì. A volte abbiamo faticato a raccontare ciò che siamo, e cioè una realtà dinamica e innovativa. Ma finora ho solo trovato sostegno, anche da chi apparteneva a aree scientifiche diverse, soprattutto su progetti interdisciplinari. Molti umanisti si lamentano perché sono abituati a un mondo vecchio, di privilegi indiscussi, o perché non sono mai stati fuori d’Italia. Bisogna uscire dalla nicchia autoreferenziale e confrontarsi. Qui si trattava di valutare la ricerca, ma certamente questi risultati ci renderanno più attrattivi».
Fare ottima ricerca significa fare anche buona didattica?
«La didattica universitaria è sempre nutrita dalla migliore ricerca, che in sostanza significa valutazione critica dei contenuti. È questo l’insegnamento principale che impartiamo. Credo molto utile sul mercato del lavoro».
Cosa farete con i finanziamenti?
«Non son ancora certi. Il voto influirà sull’assegnazione delle risorse premiali per il 70%, il restante 30% dovremo giocarcelo presentando un buon progetto. Ma se dovessero arrivare, penso sia necessario dare una prospettiva ai giovani di talento che altrimenti andrebbero all’estero oppure investire per far rientrare chi se n’è già andato. Insomma, valorizzare i giovani che le restrizioni economiche di questi ultimi anno hanno un po’ sacrificato».
(m.n.)
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