Il Tirreno

Pisa

Bottai: «Ci vorrebbe una bella libecciata per scuotere le anime» 

di Carlo Venturini
Bottai: «Ci vorrebbe una bella libecciata per scuotere le anime» 

L’ex Gatto Mézzo nella redazione del Tirreno alla vigilia  dell’uscita del primo album da solista, “Vite semiserie”

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PISA. «Sogni a basso prezzo non ne trovi più». Francesco Bottai ci prova, buttandoci in un mondo sognante, immaginifico, grottesco, fatto di giraffe col torcicollo, fiori da asciugare col phon, statue che ballano l’hula hoop su note jazz. E così il 19 maggio, esce il suo “Vite semiserie”, il primo album da solista perché i Gatti Mézzi non si scaldano più assieme sul termosifone, almeno per un po’. “Vite semiserie” è un disco di decompressione, di ritrovato entusiasmo per il surreale alla Dalì, per il jazz e per l’ironia. È il tentativo di affermare che le vite non possono essere solo serie o solo gioviali. Le vite descritte in questo disco sono “malincomiche”. È un gioco che si fa serio, un semaforo sempre in bilico “Tra il rosso e il verde” (titolo di un brano dell’album) «perché tra il rosso e il verde si aspetta di innamorarsi, e lo si fa in un giardino fatato mentre tutte le rotture e le menate dovrebbero stare fuori dal cancello», dice Bottai. Il pezzo che sfoggia un jazz spazzolato bellissimo, si doveva intitolare semplicemente “Amore”. «Mi trovo spesso a riflettere sui dettagli. In fondo la mia poetica deriva dall’osservazione delle cose piccole, che ha come punto d’arrivo l’idea di riuscire a far “vedere” quello che scrivo, le situazioni che creo. Sono un grande appassionato di cinema e ho sempre cercato di utilizzare la parola e la musica in modo filmico».
Ed ecco che compare la maschera di Totò, insieme alle melodie calde di Morricone e alle note di Nino Rota. Il jazz per Bottai è una palestra sociale, «è un punto di partenza, non di arrivo, non ci si arriva mai veramente al jazz anche se una volta ho ascoltato l’orchestra di Duke Ellington e mi ha sconvolto». In quella palestra ci ha voluto Daniele Aiello, pianista jazz di 28 anni. «Un mostro. Gli ho scassato tantissimo. C’aveva un sacco di concerti, insomma c’aveva da fare. Così come ho voluto altri due musicisti straordinari che suonano e vivono il jazz, che sono Mirco Capecchi, un contrabbasso trascinato via da I Gatti Mèzzi, e Bernardo Guerra alla batteria». Bottai ha controllato tutta la produzione artistica «perché volevo che l’album avesse un colore e delle immagini come mi sono figurato nella mia testa». E quindi spartiti aperti a Nico Gori e Beppe Scandini, clarinetto e clarinetto basso. «Sì, ho voluto tutte ance. Cosa insolita per il jazz, ma ho voluto così». Tutte le nove tracce dell’album sono figlie sue, ma alcune gli assomigliano di più. «Oltre a “Tra il rosso e il verde”, mi rispecchia moltissimo “Che ne so, boh”, perché l’ho scritta pensando a mio padre che non c’è più e si è portato via tutto il Novecento. Oh dov’è il Novecento? Mi sembra ormai che la gente sappia sempre cosa aspettarsi e che quindi non si sorprenda più di nulla. Ed invece ci vorrebbe una bella libecciata che scuota corpi ed anime. Ed io ci vivo davanti al libeccio».
Bottai sta a Marina di Pisa da un decennio e scrive i pezzi tra l’Arnino (una lama di acqua che confina con la pineta) e gli scogli vicino a Boccadarno. «Marina non è un domicilio. È una dimensione. C’è tutto, ma non perché ci sia tutto, ma perché ci trovo tutto, ci trovo anche le orate e i ragni e per me pescare è bellissimo perché è sorpresa, a differenza della caccia che vedi ciò a cui spari». E visto che siamo semiseri, una dose di sana autoironia ci vuole, e in “Artisti” Paolo Migone vocifera al dottore che gli prescriva un «dolorifico perché si deve sta’ male per scrivere una bella canzone». «È così – dice Bottai –, per far qualcosa di buono nel mondo dell’arte si deve stare male. Il casino è che se uno sta bene nessuno lo aiuta a scrivere un libro, un film, una canzone. E noi artisti ci marciamo su questa dimensione, su questo immaginifico, soprattutto con le donne che ti dicono “vabbé, t’alzi tardi perché sei un artista”. Ed io rispondo con Conrad, quello di “Cuore di tenebra”, che se la menava su come spiegare alla moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando».
L’album è prodotto da Labella di Montelupo Fiorentino. «Sono stati bravissimi. Mi hanno trasmesso tranquillità. M’hanno lasciato respirare». La prima data di presentazione del disco è ad Argini e Margini il 10 giugno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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