Il Tirreno

Pisa

Morta la prof rimasta ferita nell’ascensore

di Pietro Barghigiani
Morta la prof rimasta ferita nell’ascensore

Dal 20 giugno 2015 era sulla sedia a rotelle, il figlio: «Quell’incidente ha accelerato la fine»

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PISA. Un calvario iniziato la mattina del 20 giugno 2015. Un cavo che si spezza, una manutenzione dell’ascensore messa sotto accusa e tre persone - mamma, figlia e genero - “sparati” a terra per una dozzina di metri in un volo senza freni dal quarto piano di un palazzo in via Landi 6 in zona Cisanello.

Giovanna Cavedoni, 86 anni, professoressa in pensione, da quel giorno non è più stata in piedi. Neanche un passo. Inferma nell’oscillazione massima consentita tra letto e sedia a rotelle. L’altra notte, a 19 mesi dall’incidente, è morta all’ospedale di Cisanello per le complicazioni di un’embolia polmonare. La fine di un supplizio provocato anche da un episodio nel quale la fatalità è entrata in gioco, ma solo per evitare epiloghi tragici. Una negligenza - l’assicurazione ha risarcito i tre feriti che hanno ritirato la querela contro l’operaio della ditta di installazione e manutenzione dell’ascensore - che per puro caso non ha causato lesioni più gravi delle fratture alle gambe per i condomini chiusi nell’ascensore in caduta libera.

Il lutto si era già presentato con il suo carico di ingiustizia per la famiglia protagonista di quel volo dal quarto piano. Nei mesi scorsi Gregory Boyton, 70 anni, americano, ex dipendente della base di Camp Darby, uno dei tre feriti, marito di Simona Colarieti, 46 anni, l’altra coinvolta nell’incidente e genero della professoressa Cavedoni, è deceduto dopo una breve malattia. «Sì, è stato proprio un periodo nero – confida Franco Colarieti, figlio della pensionata deceduta a Cisanello e fratello della “superstite” dell’ascensore -. Mamma non si è più ripresa. Allettata o sulla sedia a rotelle, non è più stata in grado di camminare. È stata operata, ricoverata quattro volte a Volterra per tentare una riabilitazione. Quell’incidente (cinque fratture alle gambe, ndr) ha di sicuro accelerato il peggioramento delle sue condizioni. Mia madre ha un fratello che ha 92 anni. La fibra è quella, forte, sana. Sono convinto che sarebbe campata ancora qualche anno. E, invece, quella caduta sciagurata ha aggravato la sua salute debilitandola oltre ogni misura per la sua età».

È un sabato soleggiato quel 20 giugno 2015. Giovanna, Simona e Gregory escono dall’appartamento. Sono le 10,30. Entrano nell’ascensore che qualche giorno prima la ditta incaricata della manutenzione ha sottoposto a verifica inviando sul posto alcuni tecnici. Premono il tasto per raggiungere il piano terra. Pochi secondi e inizia l'inferno.

L'ascensore diventa un missile sparato verso il basso che ferma la sua corsa senza controllo nel pozzetto al piano terra. Non ci scappa il morto per la buona stella che protegge le tre vittime del crollo verticale. La professoressa ha le gambe fratturate in cinque punti. La figlia una frattura del malleolo destro e di una vertebra (resterà 30 giorni immobile) e il genero una frattura esposta della caviglia destra. Un bollettino di guerra per l’ascensore in default. I tecnici scopriranno poi che un cavo si era sfilacciato e il “paracadute” del dispositivo di sicurezza non era scattato per frenare la caduta.

Alla polizia e ai vigili del fuoco intervenuti per liberarli tutti e tre raccontano gli attimi precedenti lo schianto: «Dopo aver premuto il pulsante sono trascorsi alcuni secondi e poi siamo precipitati». Il resto è una ripartenza con le fatiche di un recupero anche fisico trascorso tra ricoveri e dolori, cause legali, risarcimenti per monetizzare un incidente che ha messo a repentaglio tre vite.

Fino all’ultima tappa per la professoressa Cavedoni, fiaccata nel fisico per quelle gambe martoriate in un sabato di giugno di quasi due anni fa. Stava uscendo per andare a fare colazione con figlia e genero. L’ultimo saluto verrà portato lunedì alle 10 nella chiesa dei santi Jacopo e Filippo

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