Il Tirreno

Pisa

Mura, lo striscione difende l’abuso

Scritte contro sindaco e assessore per la demolizione della piscina a San Zeno

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PISA. A inizio dicembre, quando il percorso panoramico sulle mura venne aperto al pubblico, furono espliciti. Nel mirino ci finirono il sindaco Marco Filippeschi e l’assessore Andrea Serfogli, colpevoli di essere degli «usurpatori» di un diritto. Sì, costruire una piscina abusiva fra due miracoli pisani, la chiesa di San Zeno e i bastioni antichi della città, per loro era un diritto.

Così, esponendo quei tre striscioni, rivendicavano le loro ragioni e gridavano la loro indignazione. Loro.

Insomma, chi per la prima volta assaporava bellezze e brutture di Pisa dall’alto, a un certo punto si trovarva di fronte a quella che appariva una protesta legittima. «Serfogli non rispetta la gente, la servitù di veduta il tuo tasto dolente». Oppure: «Sindaco indignato sei te il vero sfacciato». E ancora: «Usurpate il diritto senza aver l’atto scritto».

Messaggi che, lasciati lì dove c’era la piscina, erano un palese riferimento e una difesa della vasca di 4 metri per 10 scoperta dai tecnici del Comune nel 2015 proprio durante un sopralluogo di controllo dei lavori di restauro alle mura. Filippeschi la definì «uno scempio e un atto di inaudito egoismo». Di fatto un abuso edilizio, e si scoprì, poi, compiuto non su un terreno privato ma pubblico. E, finalmente, demolito e sanato a fine estate 2016. Ora gli autori di quegli strisciosi sembrano aver rinnovato la contestazione, questa volta nel tentativo di catturare l’attenzione parlando (anche) di altro.

E cioè delle difficoltà di Palazzo Gambacorti di tenere aperto il camminamento («Ricorsi al Tar: gare deserte = le mura non stanno aperte»), del difficile equilibrio fra diritto alla bellezza di tutti e diritto alla riservatezza dei singoli («Comune, basta spie, metti le paratìe»), o avventurandosi in similitudini ambigue e perfino oltraggiose («Dipinti come nuovi, Casamonica, alt(r)i vertici la sola loggia massonica»). Ma alla fine lasciando intravedere di nuovo, con l’ultimo striscione, i veri motivi di quella che appare sempre di più una protesta sfacciata, quella sì, scomposta, perfino goffa e grottesca nei contenuti e nelle forme. Quasi sintomatica di uno spirito del tempo. E pericolosa, perché se non spiegata rischia di innescare perfino un cortocircuito comunicativo, di instillare in qualcuno degli 11mila visitatori che negli ultimi giorni l’hanno intercettata percorrendo le mura il dubbio che possa essere perfino motivata.

«Sindaco, se l’abuso è così grave e vile - recita l’ultimo striscione - perché non ti sei costituito parte civile?». Surreale, perché in quel processo, sotto accusa ci sono proprio i proprietari dello «scempio», imputati per aver compiuto l’abuso. È evidente che al Comune basti aver chiuso una ferita, inferta al paesaggio e alla legalità, con la rimozione della piscina. Non è chiaro invece con quale faccia tosta chi quella ferita l’ha aperta pretenda pure di essere risarcito.

Mario Neri

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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