Il presidio
Giustizia-lumaca, così il “falso” pentito tornerà presto libero
Era sotto protezione, ma grazie allo “scudo” faceva rapine. Ora per un impedimento del legale scadranno i domiciliari
PISA. Non solo ha usato lo scudo dello Stato come un'immunità, la protezione offerta ai pentiti di mafia come un salvacondotto e una beffa, adesso è perfino la legge ad offrirgli una strada per farsi beffare. Il processo, per lui e gli altri componenti della banda, in qualche modo sembrava potesse anche rimediare ad uno sfregio: ora quello sfregio sarà doppio.
Perché da febbraio prossimo uno dei collaboratori di giustizia arrestati a ottobre scorso dalla polizia per aver scorrazzato in provincia di Pisa e per l'Italia mettendo a segno furti e rapine proprio grazie alla tutela di Stato, tornerà libero. Trentaquattro anni, ex affiliato di un clan camorrista salernitano, venerdì di fronte ai giudici avrebbe dovuto ascoltare la sentenza. Accettare un verdetto. Prima di quel verdetto, invece, passeranno mesi e lui tornerà libero. A causa di un impedimento della sua legale (assente per gravidanza), l’udienza è stata rinviata. La discussione è slittata al 13 gennaio. Solo un formalismo dei giudici, un tecnicismo per evitare fossero loro a rendersi responsabili di un cortocircuito: sanno già infatti che fra poco meno di un mese dovranno rinviare di nuovo la chiusura del processo, probabilmente di altri tre o quattro mesi, il tempo necessario per consentire al legale di rientrare dalla maternità. Nel frattempo, però, scadranno i termini della misura cautelare. Dal primo febbraio infatti il pentito che faceva rapine potrà lasciare i domiciliari, uscire dalla residenza protetta che gli offre la legge, magari andare a fare shopping oppure a inanellare un'altra serie di assalti a negozi e supermercati, così come ha fatto fra marzo e maggio 2015 al Tuodì di Pisa e alla tabaccheria Ferrari a Sant'Ermete. Era il palo della banda, e aveva scelto un iter ordinario. Gli altri, due uomini e le loro compagne, il rito abbreviato. Anche per loro venerdì il gip ha disposto un rinvio; lo ha fatto per acquisire nuove prove, ma non comporterà una scarcerazione o la fine dei domiciliari.
Quando ad ottobre dell'anno scorso la squadra Mobile di Pisa guidata da Rita Sverdigliozzi eseguì gli arresti lo fece con sorpresa e sdegno, mal sopportando il dovere di segretezza sulla loro identità.
Con uno sprezzo dell'etica pubblica al limite della stupidità, i “pentiti”, dopo aver testimoniato in processi per Camorra, si erano ricostruiti una quotidianità criminale proprio grazie al paravento della protezione, con un incredibile abuso degli anticorpi che lo Stato oppone alla criminalità organizzata. In entrambe le rapine pisane utilizzarono lo stesso metodo. Le compagne, per eseguire sopralluoghi pre-furto, visitavano i loro bersagli accompagnate dai bambini. Per gli uomini, gli esecutori materiali, il pm Giovanni Porpora ha chiesto 8 anni, per le “specchiettiste” 2 anni e 4 mesi.
Si vedrà. Per gli imputati che hanno scelto l’abbreviato la sentenza è attesa il 2 marzo, per il falso pentito graziato dalla burocrazia giudiziaria chissà. Nel frattempo, tornerà libero. Non esiste infatti una norma che preveda una proroga dei domiciliari per l’imputato nel caso la decadenza degli stessi sia determinata dall’impedimento del legale. Sembrerebbe ovvio, eppure non lo è per il nostro ordinamento. «Un ordinamento appesantito da scarsità di risorse - dice un sostituto procuratore - che dovrebbe fare processi più veloci».
Così il recinto delle regole democratiche sembra trasformarsi in una gabbia di leggi cieche e ottuse per chi di quelle regole è il custode e in un “piomba, liberi tutti” per chi non solo le vìola ma addirittura le oltraggia, in un cortocircuito di norme che si richiamano l’una con l’altra fino ad incocciarsi. Così la giustizia, e la Repubblica, a volte vanno in tilt.
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