Italia
Condannato a 17 anni l’assassino di Zakir
Lavapiatti ucciso con un pugno. La Corte d’Assise alza di un anno la richiesta del pm Risarcimento danni di un milione di euro. I familiari della vittima: «Fatta giustizia»
PISA. Un pugno carico di violenza degenerata in delitto. Sferrato come gesto di prepotenza nei confronti di un lavapiatti bengalese, esile, di appena 50 kg.
Quel mezzo gancio, fulmineo e letale, stese a terra l’immigrato che, nel cadere, picchiò la testa contro lo spigolo dell’arco di via San Bernardo in Corso Italia. Un colpo da bullo sprezzante che diventa omicidio preterintenzionale. E che ieri mattina si è trasformato in una condanna in contumacia a 17 anni e a un risarcimento danni, immediatamente esecutivo, di un milione di euro per perdita parentale.
In poco meno di un’ora e mezzo di camera di consiglio, la Corte d’Assise (presidente Salutini, a latere D’Auria, più sei giudici popolari) certifica il primo grado del processo a carico di Hamza Hamrouni, 28 anni, autotrasportatore tunisino, residente all'epoca dei fatti a San Lorenzo a Pagnatico nel comune di Cascina. Ai familiari della vittima, Zakir Hossain, 34 anni, moglie e quattro figli, assistiti dallo studio legale Frullano-Mannucci, la corte ha riconosciuto un risarcimento danni di 200mila euro a testa (erano stati chiesti 1,8 milioni di euro). La difesa del tunisino, latitante dall’aprile 2014, l’avvocato d’ufficio Ilenia Flamma ha chiesto l’assoluzione per il suo assistito.
Nella sua requisitoria il pubblico ministero, Giovanni Porpora ha chiesto 16 anni negando le attenuanti generiche, sottolineando la violenza dell’imputato e il disinteresse dimostrato per la vittima e il processo che lo riguardava.
«Lo Stato dà una risposta di giustizia, quella che chiedeva la famiglia da anni. La famiglia è soddisfatta del verdetto e si augura che la latitanza dell'imputato non gli consenta l'impunità per l'omicidio del loro caro» è il commento degli avvocati Frullano ed Elena Mannucci dopo la lettura della sentenza arrivata poco dopo le 13,30.
Dopo aver sentito gli investigatori della squadra mobile e aver visto foto e video di quella serata balorda tra il 13 e il 14 aprile 2014, sono state sentite la figlia maggiorenne di Zakir, suo fratello di 15 anni e la vedova del lavapiatti. Da quel giorno la donna si è chiusa in un mutismo che è stato evidente anche in aula e che ha indotto corte, pm e avvocati di difesa e parte civile a rinunciare ad ascoltarla come teste. Le conseguenze della morte di Zakir, che ogni mese inviava dai 500 ai 600 euro per mantenere la famiglia in Bangladesh, sono state durissime per moglie e figli. Rinuncia a cure mediche, iscrizioni a scuola negate. Un’indigenza che sprofonda nella miseria con la difficoltà di mettere insieme pranzo e cena. «Ci aiutavano i vicini e i parenti» ha detto la figlia maggiorenne di Zakir. L’Inail ha riconosciuto un’indennità alla vedova e ai figli (esclusa la maggiorenne che è sposata) di 2.500 euro. Importo che con la maggiore età dei ragazzi sarà decurtato.
«Vitalizio e risarcimento danni sono due riconoscimenti distinti» precisa l’avvocato Frullano che, a nome della famiglia Hossain ringrazia i consulenti Stefano Lelli, medico legale e Stefano Michelini, psichiatra, oltre al Banco Popolare. Due giorni dopo quello sciagutato cazzotto, Hamza tornò nel suo Paese d'origine, inseguito da un mandato di cattura finora mai eseguito. È ancora remota la possibilità che Hamrouni venga estradato in Italia dove vivono la mamma e il fratellastro minorenne, avuto dalla donna con l'ex sindaco di un comune del Pisano. Zakir aveva finito di lavorare nel ristorante Tanduri in piazza Gambacorti e stava aspettando un amico per tornare a casa. Le immagini della videosorveglianza furono eloquenti nel raccontare un'aggressione di una violenza assurda. Agli atti c’è un certificato medico di un ospedale tunisino inviato dal camionista fuggiasco nel quale sostiene di essere caduto in depressione e di ritenersi vittima di un complotto. «Una dichiarazione che ha del comico» sottolinea Frullano. Sull’effettiva possibilità di scontare la pena, il trattato Italia-Tunisia prevede che una volta diventata esecutiva la sentenza il Paese nordafricano ha l’obbligo di arrestare il condannato definitivo. Hamza potrà scegliere tra il carcere tunisino e quello italiano. O anche di continuare a vivere da latitante.
Pietro Barghigiani
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