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Quella pendola ferma ormai per sempre alla data del 4 novembre
di ANDREA LANINI Il gelo della piena tracimata, il calore dei soccorsi. L'alluvione, e, a contrastarne gli effetti, il grande abbraccio di una catena della solidarietà che si attivò all'istante,...
di ANDREA LANINI
Il gelo della piena tracimata, il calore dei soccorsi. L'alluvione, e, a contrastarne gli effetti, il grande abbraccio di una catena della solidarietà che si attivò all'istante, arrivando via acqua, via aria, via terra, in molti casi, come si vede dalle foto che il nostro giornale vi propone stamani, grazie all'esercito, alle forze dell'ordine, a tante associazioni di volontari che, in quelle ore, si spesero senza risparmio. La notizia del disastro che il 4 novembre 1966 colpisce la Toscana fa in fretta il giro del mondo. Gli aiuti arrivano anche dall'estero: all'aeroporto di Pisa atterrano cargo provenienti da paesi lontani (in una delle foto, le operazioni di scarico di generi di prima necessità dalla stiva di un velivolo dell'ex Unione Sovietica). Il grottesco ribaltamento della realtà che la ribellione dei fiumi impone alla provincia pisana è sintetizzato alla perfezione dallo scatto in cui un pattino solca le onde melmose di via Castelli, a Pontedera. La città, a poche ore dall'inondazione, è già una palude. Da Viareggio si inviano pattini, che arrivano a bordo di camion. Anche loro daranno una mano ai pontederesi, assieme ai gommoni militari, alle barche dei pescatori, alle zattere di fortuna che qualcuno s'ingegna di far galleggiare alla bell'e meglio. Giacomo Maccheroni, l'allora sindaco di Pontedera, ricorda bene quei pattini viareggini, quelle gaie, vacanziere imbarcazioni dagli scafi filanti incongruamente adagiate, anziché sulle spume del mare, sulla mota liquida dell'Era. «La città era sotto due metri d'acqua. Ero in Comune, assieme ai miei collaboratori di allora - racconta oggi al Tirreno Maccheroni - tutti bloccati lì dentro dal fiume in rivolta. Mi raggiunse in municipio un amico di Viareggio, si chiamava Luciano, era il proprietario del bagno "Raffaello", dove andavo sempre in ferie. Era a bordo di uno dei suoi pattini. "Caro Giacomo, stamani non potevo certo venire in macchina!", sdrammatizzò. Ma i pattini erano due: approdarono in piazza Cavour uno accanto all'altro. L'immagine straniante di queste due imbarcazioni davanti a Palazzo Stefanelli è uno dei ricordi più vividi che conservo di quei giorni tremendi, difficili. Oggi, a cinquant'anni di distanza, voglio ripetere il mio "grazie" ai viareggini, che, assieme a tanti altri, ci furono accanto in quella tragedia». Tra gli oggetti in grado di racchiudere le memorie di quelle ore, di quei giorni, c'è un orologio speciale. La pendola di casa Passarelli. «Appartiene da generazioni alla nostra famiglia», spiega Roberta Marzocchini, nipote di Angiolino e Anna Maria Passarelli, la cui agenzia di pratiche auto-moto ha sede, oggi come allora, nell'abitazione-ufficio di piazza Garibaldi. «Fu costruita ai primi dell'Ottocento. Zio Angiolino le era molto affezionato, non se ne volle mai separare. Neanche quando l'alluvione la rovinò. Qui, in piazza, la sera del 4 novembre c'erano due metri d'acqua. Anche se solo lambita dal fango, fu seriamente danneggiata. In particolare il datario, che scorre su rulli di seta. La seta assorbì l'umido, divenne all'istante . giallastra, da bianca che era. Portammo l'orologio presso una ditta di Firenze specializzata in restauri. Ci volle molto per riaverla: gli oggetti portati a riparare erano centinaia. Ci dissero che per il datario non si poteva far nulla, era meglio non toccarlo, si sarebbe polverizzato. La pendola era destinata a segnare per sempre la data di venerdì 4 novembre. È così da cinquant'anni, sarà così in futuro. Ad Angiolino non dispiacque, lo prese come un segno: «È bene che continui a ricordare anche lei questo giorno. Neanche noi lo dimenticheremo mai», disse. E ha un'altra particolarità, questo vecchio oggetto. Quando il meccanismo esaurisce la carica, le lancette si fermano sempre alle 15.40. Credo sia l'ora in cui i vapori dell'acqua limacciosa proveniente dalla falla della "Montagnola" fermarono gli ingranaggi. Alle 16, qui, in piazza Garibaldi, il livello della piena raggiunse il suo culmine».
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