«Non l’abbiamo abbandonata, ma lei ha rifiutato ogni aiuto»
L’assessore Capuzzi: i servizi sociali hanno provato a soccorrere la badante che vive su una spiaggia ma da maggio ad oggi non ha mai accettato un percorso di recupero. Valuteremo il ricovero coatto
MARINA DI PISA. Il primo naufragio in pronto soccorso. C’era arrivata con il volto pieno di lividi, gli occhi gonfi di croste e lacrime, di amore e disillusione, i pensieri confusi, fragili. «Era entrata con un codice rosa, vittima di violenza. I medici la curarono, provarono a stabilizzarla e i nostri assistenti sociali, una volta dimessa, le proposero una residenza».
Era maggio scorso e da lì, assicura Sandra Capuzzi, assessore al sociale di Pisa, Katiuscia (il nome è di fantasia, ndr) non è mai scomparsa dai radar del Comune. I servizi sociali hanno provato a salvare la badante polacca che da mesi vive sotto un ombrellone su una spiaggia di sassi a Marina di Pisa almeno in cinque occasioni. «Ma ad ogni offerta di aiuto è sempre sfuggita», spiega Capuzzi, è sgusciata via come un animale impaurito, una nave in tempesta e senza bussola. Perché la storia di Katiuscia è quella di una coscienza complessa, sofferente, scossa da terremoti esistenziali continui, difficili da tenere sotto controllo, soprattutto perché è lei a non accettare soccorso.
Per questo - spiega l’assessore - non sono fondati i richiami di Aldo Cavalli, il presidente della Pubblica Assistenza del litorale che aveva invitato le autorità a cercare una soluzione e non «una risposta cinica». Nessuno ha lasciato Katiuscia alla deriva se non se stessa, spiega l’assessore. La prima cima le è stata lanciata proprio a maggio. «I servizi sociali la conobbero perché era arrivata in pronto soccorso e dopo le cure le venne proposta una residenza protetta. Firmò il rifiuto, e dopo pochi giorni ci venne segnalata sulla spiaggia di ghiaia a Marina». Da lì in poi, per gli assistenti è sempre stato come trattare con un felino ferito. Si è scelta i sassi e gli scogli per giaciglio, un ombrellone a righe bianche e blu, un lettino, un secchio come toilette, qualche nylon. E a chi le si avvicina lancia spunti, grida, perfino bottiglie. «A fine giugno siamo riusciti a convincerla a entrare in una struttura protetta, ma ne è scappata a luglio. Nel frattempo l’avevamo anche segnalata come soggetto a rischio di dipendenze, ma ha rifiutato anche l’aiuto degli specialisti. Eravamo riusciti a riprenderci appuntamento ad agosto ma lei non si è mai presentata, e contattata da un nostro operatore ha dichiarato di non voler iniziare nessun percorso di recupero. E su quella spiaggia i nostri assistenti sociali sono tornati almeno due volte anche a settembre».
Ma Katiuscia era ancora in tempesta, cuore e mente in burrasca, soggetti a continui sbalzi, dal fuoco alla cenere, la lancetta dell’anima come un sismografo, un costante su e giù. Così ha reagito di nuovo con violenza. «Ora valuteremo - dice Capuzzi - se prendere misure drastiche, un ricovero coatto, ma se dovessimo farlo lo faremmo solo per la sua incolumità. Non può vivere su una spiaggia in inverno, è troppo pericoloso».
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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