«Tutti si sentano parte del sistema di protezione civile»
Il monito del vicesindaco Ghezzi alla cerimonia in onore degli “angeli del fango”: il rischio è ancora alto
di ENZA CHIAPPONE
«La cosa che più di tutte mi colpì fu l'odore che c'era, che riesco ancora oggi a ricordare». Giancarlo Cini aveva trent'anni quando, tra il 4 e il 5 novembre del 1966, l'acqua del fiume Arno straripata dagli argini arrivò anche all'interno del suo negozio di pelletteria in Corso Italia. «Non era la prima volta che accadeva - racconta il commerciante -. Nel '48, ad esempio, gli americani erano venuti in casa nostra, in via Santa Apollonia, per portarci qualcosa da mangiare. Ma l'acqua non superava mai i dieci centimetri, e poi continuava a scorrere in direzione di piazza Vittorio Emanuele a causa della pendenza della strada, così eravamo sempre riusciti a mettere al sicuro la merce». Quella volta, invece, fu diverso. «Fu un evento che ci colse di sorpresa e che provocò molti danni». Il signor Cini ricorda infatti che l'acqua raggiunse gli scaffali più bassi, sciupando tanto borse e cinture quanto i mobili. Usando l'astuzia tipica di un commerciante, Giancarlo pensò però di fotografare i danni provocati dallo straripamento del fiume, nella speranza di poter poi essere risarcito, almeno in parte, dall'amministrazione. E così fu: «Il sindaco di allora venne personalmente a darci il proprio supporto morale, atto che non dimenticherò facilmente».
Furono momenti di grande solidarietà collettiva quelli che seguirono l'esondazione dell'Arno del 4 novembre 1966, evento naturale che colpì soprattutto la città di Firenze ma che anche a Pisa provocò profondi danni strutturali ed economici. La testimonianza portata ieri dal signor Cini nella Sala delle Baleari di Palazzo Gambacorti, in occasione delle commemorazione del cinquantesimo anniversario dall'alluvione, così come le immagini in bianco e nero dell'Istituto Luce raccolte dall'Acquario della Memoria e i racconti dei cosiddetti “angeli del fango” hanno aiutato chi cinquant'anni fa non c'era, o chi era ancora troppo piccolo per ricordare e fissare nella memoria un evento che per la città di Pisa e per il suo circondario fu di notevole entità, i cui danni si avvertirono anche a distanza di tempo. Nel giro di qualche giorno, infatti, crollò lo storico Ponte Solferino, seguito, a distanza di pochi mesi, dal Lungarno Pacinotti.
«Se la popolazione riuscì a salvarsi fu solo grazie all'intervento del Genio dell'Esercito - ricorda il viceprefetto vicario Valerio Massimo Romeo - che fece saltare gli argini del fiume in modo da far defluire l'acqua nelle zone di campagna, evitando così che l'impeto dell'Arno in piena investisse la città». Protagonisti assoluti furono i paracadutisti della Folgore, impegnati nell'opera di salvataggio dei beni e nell'aiuto alla popolazione. «Il pomeriggio dell'esondazione eravamo al cinema - ha raccontato tra il commosso e il divertito Natale Gonnella, uno degli angeli del fango del '66, premiati dal sindaco con una targa commemorativa - avevamo 21 anni e mancavano solo 5 giorni al nostro congedo. Il nostro unico pensiero era dunque il ritorno dalle nostre rispettive famiglie, nonostante provassimo un certo dispiacere all'idea di dover lasciare Pisa, che per noi è sempre stata una seconda casa. Ma il destino ci ha riservato questa sorpresa, che ha rinforzato ancora di più il nostro legame con questa città».
Gli “angeli del fango” furono tra i tanti volontari che per settimane lavorarono duramente per riportare Pisa e provincia alla normalità. «Oggi, a distanza di cinquant'anni, vorremmo poter affermare che una simile situazione non si ripeterà, che se il fiume esondasse ancora non saremmo costretti, nuovamente, a spalare nel fango - ha dichiarato il vicesindaco Paolo Ghezzi - Eppure, nonostante gli importanti investimenti che in questo lungo periodo sono stati fatti per mettere in sicurezza la città e i paesi del nostro territorio, il rischio che un tale evento si ripeta è ancora alto e serve che tutti, nessuno escluso, si sentano parte attiva del nostro sistema di protezione civile».
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