Italia
Quel giorno Ponte di Mezzo si trasformò in una trincea
PISA. In tempo di pace, Pisa si trova a vivere, di nuovo, scenari di guerra. La trincea di Ponte di Mezzo: migliaia di sacchi di sabbia posti da altrettante frenetiche mani di civili e militari a...
PISA. In tempo di pace, Pisa si trova a vivere, di nuovo, scenari di guerra. La trincea di Ponte di Mezzo: migliaia di sacchi di sabbia posti da altrettante frenetiche mani di civili e militari a ridosso delle spallette, per provare a ostacolare il passo al nemico. Il cui volto è quello di un'eruzione d'acqua e fango che sembra voler fagocitare l'intera città, l'intera provincia.
La lotta è impari, la gente lo sa: ma non importa, ci prova lo stesso a tenere a bada la natura che si ribella attraverso la furia di un fiume che, quando vuole, sa come colpire duro. Paura e panico rendono elettrico, febbrile, il fronte dei lungarni. L'obiettivo di Luciano Frassi, in prima linea con le sue macchine fotografiche, fissa sulla pellicola schiere di occhi sbarrati che puntano il livello raggiunto dalla piena, che, da giorni, non fa che crescere. Una notte insonne, per i pisani, quella tra giovedì 3 e venerdì 4 novembre 1966. Sono le ore che precedono la grande alluvione di cinquant'anni fa. Una città di nuovo sotto assedio; e il nemico è l'amico Arno, secolare alleato che, ancora una volta, ha deciso di rivoluzionare antichi equilibri. Non solo qui, non solo a Pisa. Il 4 novembre '66, per la Toscana, è la data di una disfatta. L'Arno fa scempio di Firenze, che piangerà numerose vittime. L'Era, cogliendo i pontederesi alle spalle («a tradimento», si dirà), rompe gli argini all'altezza del parco "La montagnola" e inonda il centro storico e gli stabilimenti Piaggio. L'Ombrone allaga Grosseto. Sono ore che sembrano non passare mai; come la pioggia, che pare infinita. A Pisa, l'incubo tracima nella serata di venerdì 4: l'Arno, i cui gorghi stanno strappando a Ponte di Mezzo le balaustre di marmo, esonda in più punti. Il centro storico si trasforma in una palude tetra, maleodorante: lungo il torrente di Corso Italia scorre di tutto, i negozi vengono invasi da una poltiglia scura di melma oleosa, Piazza dei Miracoli è un lago in cui si cammina con l'acqua che arriva ai ginocchi. Attimi di terrore. Poi, un'inaspettata tregua: dopo aver stravolto Firenze e contribuito ad affogare Pontedera in complicità col suo affluente, l'Arno decide di risparmiare Pisa, che le cronache definiranno, di lì a poco, "miracolata". Nella notte tra il 4 e il 5 novembre, il livello del fiume prenderà a calare. Non ci saranno più esondazioni, per questa volta. Ma l'Arno presenterà alla città, nel giro di poco, un conto salato: il 13 novembre, la forza della corrente fa crollare ponte Solferino, le cui strutture sono state irrimediabilmente danneggiate dalla tremenda pressione della piena. E, a poca distanza, crolla anche lungarno Pacinotti, le cui spallette sprofondano in una voragine di macerie. Come ai tempi delle bombe. Luciano Frassi capisce fin da subito che queste ore drammatiche sono un fatto di portata storica da documentare in maniera fedele, accurata. Scatta centinaia di foto su tutti i fronti "caldi" dell'alluvione. «Zia Zelia, moglie di Luciano, raccontava sempre che, in quei momenti, e per giorni, Luciano a casa non lo videro più. Era sempre fuori, di giorno come di notte, con le sue borse piene di macchine, obiettivi e pellicole, per immortalare le fasi dell'alluvione, gli effetti sulla città, sulla sua gente», racconta oggi Andrea Arnesi, bisnipote del fotografo. Nato nel '26, di alluvioni ne aveva conosciute altre, Frassi. Quella del '44, ad esempio. Il 2 novembre di quell'anno, le acque dell'Arno invadono il centro storico di Pisa: gli argini, gravemente danneggiati dai colpi di cannone che alleati e nazifascisti si sono scambiati all'impazzata pochi mesi prima (le immagini di Pisa martoriata dalle esplosioni saranno il primo, grande reportage di Frassi), non reggono alle prime ondate di piena. Ventidue anni dopo, gli stessi argini, finché potranno, faranno al meglio il loro dovere di custodi della città. Ma non basterà.
Andrea Lanini
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