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«Imparai a cantare dopo l’incidente alle corde vocali»
La solista pisana Mulopulos si racconta: la Grecia del padre sempre come bussola
ANDREA LANINI. «Accade durante il sonno. Sono i sogni a suggerirmi la musica». Poi Marina si sveglia e, di getto, aggiunge le parole. I brani di “Distichòs”, suo primo, fortunato album da solista, sono nati così, attraverso un fitto dialogo con territori onirici e privati, provenienti da (e diretti verso) memorie familiari e vincoli d'affetto che giocano a star sospesi tra l'Italia, il paese dove Marina Mulopulos, pisana, è nata, e la Grecia, la terra di suo padre Giorgio, riferimento costante e amatissimo, fulcro di un prezioso retaggio ellenico attorno a cui “Distichòs” orbita come un satellite fa col suo pianeta.
Le tracce di questo disco che la partenopea iCompany-Marocco Music ha pubblicato circa un anno fa, i dieci brani che la cantautrice ha composto avvalendosi della lingua greca (l'undicesimo, italianissimo, è un tributo a Rino Gaetano: “Cogli la mia rosa d'amore”) e degli arrangiamenti del chitarrista napoletano Paolo Del Vecchio, sintetizzano bene l'intrigante, sfuggente mistero che la voce, le note, l'interpretazione di questa performer particolare, chiaroscurale, “mediterranea” nel senso più completo del termine, sanno evocare a beneficio degli occhi e delle orecchie del pubblico, che la conosce anche in veste di attrice (lo spettacolo “Dracmatica”, che ha da poco terminato le sue prime cinque repliche, l'ha vista in scena al fianco di Alessandra Falca; regia di Emiliano Dominici, autore anche del testo), nonché di scenografa ed esperta di pedagogia e didattica dell'arte.
La storia del suo percorso è anche la storia delle sue tante band. Con l'attuale, composta, oltre che da Del Vecchio, da due musicisti toscani, il percussionista Matteo Scarpettini e il bassista David Dainelli, sta portando “Distichòs” in tutta Italia, «e ci sono interessanti progetti per l'estero, Grecia inclusa, ovviamente; ma, per scaramanzia, mi taccio».
Quattordicenne, aveva iniziato da poco l'istituto d'arte “Russoli” di Pisa quando, assieme a un pugno d'amici, dette vita «al nostro primo complessino blues». Poi, ai tempi dell'Accademia di Belle Arti a Firenze, fu la volta del funk, e il gruppo si chiamava “Chicken Delights”. Ma il debutto avvenne molto tempo prima. «Felici domeniche passate nel salotto di casa. Intere serate in cui si cantava e suonava. In effetti è stato quello il mio vero inizio, il decisivo apprendistato. Gli amici greci di mio padre venivano a trovarci, tiravano fuori i sirtaki e iniziavano a fare baldoria. Papà, che è scomparso nel '99, adorava la musica. Se ne interessò fin da piccolo. Lui e il suo più caro amico, Kyriakos Sfetsas, poi diventato un compositore famoso - della comitiva, al tempo di quei bei dì ateniesi, faceva parte anche Costa-Gavras, poi divenuto celebre regista - non pensavano ad altro, da ragazzini. Abbandonò la Grecia quando i colonnelli presero il potere. Mamma lo conobbe qui a Pisa e se ne innamorò. Ho due sorelle: io sono quella di mezzo. E tutte e tre, la domenica pomeriggio, eravamo reclutate, con nostra somma gioia, per accompagnare col canto le melodie popolari che la combriccola di papà eseguiva senza sosta. Musica del folklore greco, certo; ma anche Ivan Graziani, che lui adorava».
Fu un incidente a svelarle le potenzialità di una voce che sembra godere di vita propria. La voce: è tutto lì, il nucleo lavico del “mistero” Mulopulos. Questa vocalità che è al contempo fuoco e cenere, luce e tenebra, melodia e percussione; questo flusso di vibrazioni cangianti pronte ad incarnare una disperazione degna di Fedra come la luminosa euforia della più esuberante delle baccanti; questo magma di timbri che, se in un brano sembrano nascere in grembo a oscuri anfratti di caverna, in quello successivo hanno già il luminoso candore di brezze salmastrose, apollinee. L'incidente: «Fu dopo il diploma. Un inciampo con le corde vocali. Impennate di sofferenza. Poi, l'esperienza della riabilitazione. Che mi ha cambiato davvero la vita. Attraverso quel grande lavoro su me stessa, ho capito come cantare ciò che sentivo dentro. A dare voce a me stessa. È stato un riscoprirsi, un emergere da una lunga apnea nell'autoconsapevolezza. Ricostruita dai cocci, la mia voce è cresciuta, cambiata. Ed è diventata il tramite con cui la mia interiorità si rivela all'esterno, un dialogo tra il corpo e il mondo. “Distichòs” è anche questo. Un tributo alla terra delle mie origini, e per l'uomo che, attraverso la musica, me ne fece conoscere il carattere. Una “rosa d'amore” colta in nome di ciò che di bello la vita sa regalarci quando meno ce l'aspettiamo».
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