Il presidio
Divorzi, i legali: «Non vogliamo paletti»
Gli avvocati replicano al presidente del Tribunale che voleva freni su durata e contenuti “prolissi” in udienza
PISA. Il presidente del Tribunale, stanco di fare a volte lo “psicoanalista”, richiama cittadini e avvocati su tempi e contenuti durante le udienze di separazione e divorzio. E i legali rispondono che non possono tollerare imposizioni su durata e temi trattati. Per la delicatezza dei casi e la professionalità di chi assiste le parti.
È firmata dal presidente provinciale dell’Ordine degli avvocati, Alberto Marchesi la presa di posizione di replica al presidente Salvatore Laganà. Un documento condiviso da Camere civili, Osservatorio sul diritto di famiglia e Aiaf, associazioni specialistiche di avvocati in materia di famiglia.
Gli avvocati sottolineano che nelle cause di separazione e divorzio i tempi possono allungarsi, ma è forte la necessità di «un contatto diretto tra il giudice e le parti interessate anche allo scopo di favorire, ove possibile, una composizione delle questioni controverse».
In ballo ci sono i bisogni primari della persona, come l’assegnazione della casa coniugale, l’affidamento dei figli minori e le modalità di vista da parte del coniuge non più convivente, la fissazione di un contributo di mantenimento nell’interesse dei figli oppure a beneficio della parte economicamente più svantaggiata.
«L’estrema delicatezza della materia, unita all’elevato numero dei procedimenti pendenti in materia di famiglia, consente al giudice di regolamentare lo svolgimento dell' udienza attraverso raccomandazioni precettive, così come è stato fatto dal presidente del Tribunale nell'ambito delle sue esclusive prerogative, esercitate in via autonoma, che non condividiamo nel merito e nelle forme comunicative».
Secondo il presidente Marchesi la materia «pur con il condivisibile proposito di raggiungere una migliore efficienza del servizio, non possa essere regimentata da rigorosi paletti cronologici e di ordine fattuale che non consentano alle parti private ed ai loro legali di illustrare compiutamente le ragioni delle rispettive posizioni».
Se qualche volte qualcuno si è dilungato su aspetti di vita privata, dall’altro va considerato per gli avvocati che «vi è una forte aspettativa di giustizia la quale, necessariamente, deve intervenire in tempi ragionevoli proprio alla luce della particolare natura degli interessi in gioco, spesso coincidenti con i tratti essenziali della vita delle persone, siano essi affettivi o economici».
L’udienza presidenziale non sempre rappresenta il punto di partenza di un difficile percorso processuale, ma costituisce l’epilogo di un lungo lavoro di ascolto, di mediazione e di negoziazione portato avanti, in precedenza, dagli avvocati i quali, nella stragrande maggioranza dei casi e anche in presenza di situazioni connotate da alta conflittualità, riescono a comporre le questioni controverse in maniera consensuale, sì da rendere l’udienza stessa una semplice formalità.
«In altre occasioni sono gli stessi avvocati, come avviene nelle procedure di “negoziazione assistita” – prosegue Marchesi – a proporre ai propri assistiti un percorso di separazione o divorzio del tutto alternativo a quello giudiziario, proponendo con successo soluzioni condivise del tutto adeguate alla specificità dei singoli casi che vengono, di volta in volta, in considerazione».
L'intervento giudiziale del Tribunale, che rimane indispensabile in caso di disaccordo, si colloca quindi in un segmento di procedimenti nei quali questa invisibile ma fondamentale attività di mediazione non è – o non è ancora – giunta a compimento e permangono inalterate, od addirittura accentuate, le ragioni che hanno determinato il sorgere della crisi familiare.
Conclude il presidente dell’Ordine: «Gli avvocati hanno sempre contribuito a una migliore organizzazione delle udienze relative a qualsiasi tipo di procedimento e continueranno a farlo, senza che ciò comporti la benché minima compressione del diritto alla inviolabilità ed alla effettività della difesa della parte assistita, nel rispetto delle norme deontologiche che regolano l'esercizio della professione forense».
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