«Macché sbandato, Bilel era addestrato a diventare un lupo»
Ha spento il telefonino dopo l’ultimo post. Due dei "foreign fighters" amici partiti da Pisa
PISA. Non era affatto solitario, Bilel Chihaoui. Il tunisino era stato addestrato alla jihad metropolitana. Quella del cane sciolto, sbandato, sballottato fra i bagordi di una vita stonata dalla droga fra Pisa e Torino, era diventata un'immagine comoda per non dare nell'occhio e una strada sicura verso il martirio. Quell'esistenza balorda e randagia alla luce del sole era la chiave per vivere nell'ombra e morirci. Il lupo invisibile. Senza un domicilio stabile, senza più un permesso di soggiorno, l'unico segno della sua esistenza era diventato il segnale emesso dal telefonino. Non è un caso che dopo aver postato il suo epitaffio su Facebook alla mezzanotte e 25 nella notte fra mercoledì e giovedì, l'abbia subito spento. Non è un marchio di fabbrica del Califfato, alcuni attentatori di Parigi continuarono a telefonare anche durante l'assalto, ma altri invece fecero la stessa cosa. Spinsero "off" e gettarono lo smartphone, nel tentativo di rendersi "invisibili", evitare di venir localizzati.
Billy Corleone - il nomignolo con cui si era dato la sua identità social insieme al nome di Van Der Vaart Rafael, il giocatore olandese usato come alias in uno dei profili on line - non era uno sprovveduto, un autodidatta dell'Isis fai da te. Anzi. Ogni post, ogni messaggio in chat agli amici foreign fighters, perfino l’elenco di martiri pubblicato su un altro dei profili Facebook e chiuso con il suo nome e quella frase ultimativa ("Sarò martire a Pisa"), sarebbe stato composto da computer e dispositivi non suoi. Il codice identificativo del messaggio che ha fatto scattare l'allarme, ad esempio, era quello del pc del coinquilino anche lui tunisino a cui Bilel si appoggiava in via Livornese: uno "sbandato", lo descrivono i carabinieri del Ros di Torino e del comando provinciale di Pisa, ignaro di ospitare un giovane radicalizzato. Bilel non lasciava tracce fisiche. Anche a Torino non aveva un domicilio fisso. Ci era arrivato nel 2013, un "profugo" della primavera araba sbarcato in Piemonte insieme a due amici, Wael e Khaled, proprio i due "fratelli" celebrati in chat e nei post su Facebook, il primo "un vero uomo raro tra tutti gli uomini", il secondo il "leone", il guerriero, entrambi morti da foreign fighters nei campi dell'Iraq sotto i vessilli neri dell'Isis. «Con loro aveva provato ad integrarsi nella comunità tunisina del capoluogo piemontese, ma la droga e quella vita randagia li aveva emarginati, così si erano spostati a Rivalta», dice una fonte dell'intelligence. Rivalta di Torino: palazzoni, case popolari nell'hinterland: è quello il cuore dell'inchiesta coordinata dal pm Andrea Padalino, una Molenbeek piemontese, sospetta l'antiterrorismo italiano, dove i tre hanno ricevuto il loro indottrinamento. Da lì era partito per Pisa anche Khaled. Come Bilel si era iscritto all'Università di Torino per darsi un'immagine da perfetto giovane occidentale integrato, e prima di lui aveva scelto la nostra città come seconda base. È certo infatti che almeno due foreign fighters con cui il ventiseienne tunisino era in contatto siano transitati da qui prima di prendere la strada del Medio Oriente. Di Khalel restano ancora le foto, datate 2015, di lui in piazza delle Vettovaglie. Una tappa che ricorre anche nel diario di Bilel. Che Pisa sia un crocevia, una base dei terroristi?
C'è un dato certo. A Bilel non sono state trovate armi. Ma i carabinieri hanno aspettato almeno un paio d'ore acquattati nella boscaglia del Biscottino giovedì prima di braccarlo. Ipotizzavano che il tunisino si fosse nascosto lì in attesa di un "gancio". Forse qualcuno che gli avrebbe dato supporto per colpire un obiettivo? Si sa che «nelle ultime 5 o 6 settimane aveva fatto un salto di qualità. Bilel si scriveva con combattenti partiti dall'Italia per l'Iraq», rivela la fonte. Gli altri, gli amici "leoni" erano diventati martiri, ora toccava a lui. Quel che è certa è l'efficacia della nostra intelligence. L'allerta rossa giunge in città giovedì mattina, poche ore dopo l'ultimo post. La caccia dura 8 ore: 100 carabinieri arrivati da tutta la provincia rastrellano il territorio con una duplice strategia: una repressiva, attraverso perquisizioni a tappeto nelle case della comunità tunisina, una preventiva, con il presidio degli obiettivi sensibili. Accanto alle mimetiche dei parà e alle divise della polizia, piazza dei Miracoli, l'aeroporto, la stazione, i centri commerciali, le strade del centro si riempiono di uomini in borghese. La testimonianza dell'amico che ha ospitato Bilel è fondamentale. Sorpreso dai mitra in via Livornese, indica nel bosco del Biscottino un possibile nascondiglio. Ma lì i militari, alle 21, si mostrano più forti del lupo. Bilel viene braccato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
