Il Tirreno

Pisa

Le ferie in Africa per ridare la vista a chi l’ha persa

di Mario Neri
Luigi Pucino mentre visita bambino in Tanzania, a Itigi, nella missione del 2009
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Luigi Pucino mentre visita bambino in Tanzania, a Itigi, nella missione del 2009

L’oculista Luigi Pucino da anni fa le vacanze in missione umanitaria: questa è la quindicesima

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PISA. Alcuni sembrano occhi di gatto. Di gatti malandati e vecchi, con i bulbi spenti, le pupille scomparse sotto una glassa bianca o grigiastra che galleggia sull’iride sfocata. Altri sono chiusi, sigillati, come se la malattia avesse cucito le palpebre. Altri ancora rossi, infuocati dalle infezioni, cornee e sclere perforate con ami da pesca, sassi e pugni, bruciate dalle scintille dei bracieri, da una carestia di igiene e mezzi che, oltre ad affamarla, sta accecando l’Africa.

«In lista ho già 41 pazienti, guardi qua. Considerando che resterò fino a fine mese e non opererò il sabato e la domenica, credo quindi di potermela cavare con una media di 5 interventi al giorno». Non chiedetegli perché lo fa, perché domani partirà ancora una volta. Di Luigi Pucino, oculista pisano, uno studio al 54 di viale Bonaini oltre che uno dei più conosciuti chirurghi oftalmici al Lotti di Pontedera, una cosa è chiara al primo sguardo. Odia la retorica umanitarista, le velleità narcisistiche di chi parte per sentirsi qualcuno più che per fare qualcosa per qualcuno. «E perché, su? Siamo dottori no... che dobbiamo fare?». Così quello che più conta adesso è questa chat Whatsapp e le foto che gli sta spedendo Valentina Giusti, un’ortottista lucchese volata in Madagascar tre mesi fa per eseguire lo screening delle patologie e le pre-visite. È lei a gestire le liste, ad aver assegnato una priorità agli interventi ad una realtà dominata da una emergenza permanente. Basta guardarle: occhi di bambini, ragazzi, ragazze, donne, uomini, anziani. Per lui non è una novità. Lo fa dagli anni ’90. Prima le anamnesi arrivavano per posta, poi è arrivata l’era della mail, adesso quella dei social. Il nocciolo è sempre lo stesso, tre parole: «Ridare la luce».

«In Africa - spiega Pucino - la prima causa di cecità della popolazione è la cataratta, sia per effetto delle malnutrizione che per le condizioni igienico-sanitarie. Per questo non coinvolge solo anziani ma anche i bambini. E di solito operare una cataratta in Africa significa proprio ridare la vista». Questa è la quindicesima missione, l’ultima era stata tre anni fa in Ghana, anche se «nel 2013 abbiamo portato una macchina sterilizzatrice in Tanzania grazie alla Fondazione Arpa del professor Franco Mosca». 15 missioni, 15 anni nei villaggi sperduti fra foreste e deserto, fra le casupole di fortuna del continente più martoriato del pianeta. Ughanda, Mali, Tanzania, Ghana. «Una delle prime volte è stato in Rwanda - racconta - Era il marzo o l’aprile del ’96. L’associazione che ci aveva contattati riuscì ad imbarcarci su un aereo appena in tempo, nel paese da lì a poco sarebbe scoppiato uno dei più cruenti genocidi della storia, insanguinato dalla guerra fra Hutu e Tutsi».

Nel 2005 partì con i Fatebenefratelli e l’Afmal, un’associazione di medici. Destinazione Gao, un villaggio del Mali ai confini del Sahara. «Ma quella, tutto sommato - racconta Pucino - fu una passeggiata, atterrammo con un C-130J della 46esima Brigata aerea. Tutta l’attrezzatura, i ferri, i materiali tecnici erano a bordo delle jeep che ci scortarono fino al paesino sulle rive del Niger in cui allestimmo ambulatori e sale operatorie». Ma non è sempre stato così facile. Eppure il dottore lo fa da anni, quasi ogni anno. Estate o inverno, dedica le sue ferie agli occhi dell’Africa. E la solidarietà, a volte, può aprire fossati. «In famiglia come la vedono? Be’, mia moglie e mio figlio preferiscono altro, mia figlia Margherita invece mi ha seguito per tre anni. Adesso lavora a Zurigo, non può più farlo, ma so che le piacerebbe».

E per lei, doc, non è un peso? «Ripeto, siamo medici e i medici vanno dove c’è più bisogno. Questa volta mi hanno chiamato dal Madagascar». Da qualche anno Pucino ha creato la sua ong, si chiama Eye for life. E la solidarietà oftalmica è finanziata grazie alle donazioni ricevute dall’associazione e dalle iniziative promosse dalle serate a teatro del “Crocchio dei goliardi spensierati”. E trovare la linfa ogni volta è forse l’avventura più grande. «Andrò ad Ampasilava, è un villaggio nel centro sud del paese dove da qualche anno c’è un ospedale costruito da italiani e donato alla popolazione. Hanno chirurghi generali e medici specialisti ma mancava un oculista, così quest’anno volo verso il golfo del Mozambico. Non è mai facile raccogliere il denaro. Dovrò portarmi i ferri e il materiale, credo che in tutto servano almeno 6 mila euro». Una bella fetta dei fondi dovranno essere impiegati nel viaggio. La distanza fra l’Europa e l’Africa cresce ogni giorno di più e in modo inversamente proporzionale all’appeal economico e finanziario delle rotte commerciali.

«Così prima dovrò prendere un volo da Firenze a Parigi, un altro da Parigi verso la capitale Antanarivo, e da lì un aereo verso Toliara per poi proseguire in jeep. “Lo spettacolo naturale è stupendo - mi hanno detto - ma non lo vedrai come chiunque arrivi qui, sarai troppo stanco. Dormirai per tutto il viaggio”. Speriamo di smentire questa previsione, anche perché non credo mi resterà molto tempo per visitare la nazione». E non si tratterà solo di sostituire cristallini. «Vede questo ragazzo? Si è perforato un occhio - dice Pucino mostrando le foto sul cellulare - probabilmente con un amo da pesca, questo bulbo pieno di capillari e sangue invece è l’esito di una grossa infezione, e poi ci sono i pazienti affetti da glaucoma. Ecco, guardi questa donna. In Italia è una patologia che può essere tenuta sotto controllo con i farmaci, in Africa i farmaci non ci sono, dunque l’unica strada è la sala operatoria. E in ogni caso, la cataratta, per noi occidentali è una delle patologie oculari curabili senza grandi sforzi, giù è la causa più frequente di cecità. Per noi europei arriva ad essere al massimo un velo opaco che scende sulla pupilla, lì rende schiavi del buio. E non solo chi ne è affetto. Coinvolge anche il giovane che spesso è chiamato a fare da guida». E poi incatena familiari e una comunità alla superstizione. «Mi è capitato in Tanzania. Accompagnarono in ambulatorio una ragazza. Piangeva, afflitta più dalla vergogna di essere stata cacciata dai familiari, convinti fosse stata colpita da una maledizione, che per essere cieca da mesi, tanto da non aver potuto veder nascere il suo sesto figlio. Dopo l’operazione, l’apparizione dei bambini di fronte ai suoi occhi fu uno spettacolo straordinario, come se quella magica epifania materna avvenisse per la prima volta anche per noi». Ecco perché il nome che Pucino dà alle missioni non potrebbe che essere quello: «Ridare la luce».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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