Il Tirreno

Pisa

Edicola confiscata Cassazione respinge ricorso ex proprietà

Edicola confiscata Cassazione respinge ricorso ex proprietà

PISA. Naufraga in Cassazione l’ultimo tentativo di riprendersi l’edicola di Borgo Stretto confiscata per mafia nel settembre 2013 dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e assegnata nel...

2 MINUTI DI LETTURA





PISA. Naufraga in Cassazione l’ultimo tentativo di riprendersi l’edicola di Borgo Stretto confiscata per mafia nel settembre 2013 dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e assegnata nel giugno 2014 all’associazione Libera.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso del titolare della società Esse Erre Snc, Eros Gennarino Galati Giordano, 31 anni, figlio di Orlando, 54 anni, che dal marzo 2010 sta scontando una condanna a 20 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, estorsione, rapina e omicidio.

Nei vari gradi di giudizio i Tribunali hanno ribadito che l’acquisto dell’edicola è avvenuto con capitali dalla provenienza opaca per non dire illecita. Tutto ruota intorno alla figura di Galati Giordano, un boss di Tortorici (Messina) che, dopo una curriculum con diverse incursioni nel codice penale, si era fermato a Pisa per avviare un business regolare: quello dell’edicola in Borgo Stretto a due passi da piazza Garibaldi.

L’acquisto formale dell’edicola da parte del figlio di Orlando Galati Giordano era avvenuto a titolo gratuito dalla propria sorella, il 19 settembre 2003. In precedenza, con atto del 2 giugno 2000, l'edicola era stata acquistata per il prezzo di 175 milioni di lire da Sabina Galati Giordano (per la quota del 90%) e Adriana Sanfilippo Tabò (per la quota del 10%), rispettivamente figlia e moglie di Orlando Galati Giordano.

La difesa, nei suoi ricorsi, aveva eccepito che i fondi erano arrivati grazie a prestiti bancari e non da capitali sporchi.

Diversa la valutazione della Corte d’Appello di Reggio Calabria, condivisa dalla Cassazione, secondo la quale «il reddito della Sanfilippo, unica ad aver sostenuto il costo complessivo dell'operazione di acquisto, non era proporzionato al valore del bene. Quell’acquisto, per l’accusa, era il frutto del riciclaggio di capitali illeciti provenienti dall’attività criminale del capofamiglia. Di qui prima il sequestro e poi la confisca. E la rinascita a nuova vita con l’associazione antimafia Libera nel giugno 2014.(p.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani