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Soldi spariti dalla cassaforte imprenditore accusa un fabbro
Ma alla fine il derubato finisce sotto inchiesta per tentata estorsione dopo le intimidazioni all’artigiano Nessuno sa dove siano finiti i 300mila euro custoditi nel forziere e rubati durante alcuni lavori in casa
PISA. L’unica certezza è che dalla cassaforte sono spariti 300.000 euro. Chi sia stato non si sa e, se le indagini non subiranno svolte a breve, difficilmente sarà attribuibile la paternità di un colpo in cui lo sforzo è inversamente proporzionale al bottino messo da parte.
Di sicuro per la Procura il derubato ha “esternato” i propri dubbi in un modo un po’ troppo minaccioso ai danni del principale sospettato.
Il risultato? La posizione dell’artigiano, denunciato per furto, viaggia verso l’archiviazione, mentre l’imprenditore che pretendeva di far confessare il presunto ladro ricorrendo a metodi intimidatori è finito sotto inchiesta per minacce e tentata estorsione.
Il sostituto procuratore Antonio Giaconi ha notificato all’indagato l’avviso di chiusura delle indagini, mentre ha chiesto l’archiviazione per il fabbro accusato di furto. Contro il provvedimento della Procura l’imprenditore ha fatto opposizione e sarà il gup a decidere se accogliere la tesi dell’accusa o disporre un’imputazione coatta.
La storia ha due protagonisti-duellanti e un tesoro che si volatilizza durante i lavori di ristrutturazione di una casa a Pontedera dove vive la mamma dell’imprenditore indagato.
Il rapporto tra cliente e artigiano nasce dalla volontà del figlio di dotare l’abitazione della mamma di una cassaforte. Chiama lo specialista in serrature e casseforti e gli commissiona il lavoro.
Nell’ambiente domestico, e anche fuori, per giorni si alternano altre maestranze che si occupano dei lavori di sistemazione di arredi e impianti.
Il fabbro, di Pisa come l’imprenditore che gli ordina la commessa, porta il forziere nella residenza di Pontedera.
Lo allestisce e poi torna per altre manutenzioni di rifinitura. Solo che nel frattempo, secondo l’accusa del figlio della padrona di casa, nella cassaforte vengono messi 300.000 euro che di lì a poco non restano più al loro posto.
Risparmi personali dell’imprenditore, attivo in città nel settore commerciale con prodotti di lusso, cancellati con un furto commesso senza infrazioni.
Il primo pensiero va al fabbro fornitore e installatore del forziere che, all’indice puntato dal cliente, risponde di non saperne niente di un episodio destinato a provocare guai a entrambi i contendenti.
Una spiegazione che non convince affatto il derubato sempre più convinto di essere stato messo in mezzo dall’artigiano.
A suo dire è l’unico che avrebbe potuto e, soprattutto, saputo armeggiare con la cassaforte per aprirla e svuotarla.
Era scontato trovare le sue impronte che erano insieme a quelle di altri, ma di scarsa utilità investigativa.
In breve tempo le minacce verbali diventano intimidazioni. Un giorno l’artigiano si presenta nell’azienda del cliente e viene circondato oltre che dall’imprenditore anche da altre persone. Non solo. Viene caricato quasi a forza in auto per convincerlo a parlare, senza testimoni, ma i risultati sperati non arrivano. Quei soldi restano invisibili.
Alla fine il confronto sfocia in denunce reciproche. Il fabbro accusa l’imprenditore di tentata estorsione per le pesanti minacce, secondo il suo parere, ricevute nel corso di più episodi che lo terrorizzano. Il commerciante a sua volta querela l’artigiano per furto.
Le indagini, affidate alla squadra mobile, sono concluse. Per il capitolo della tentata estorsione la Procura si appresta ora a chiedere il rinvio a giudizio del derubato che si ritrova in una duplice condizione: parte offesa per un reato subìto e indagato per la reazione al tentativo di recuperare i suoi soldi.
Mentre per il fabbro si pronuncerà il gip sul no all’archiviazione - possibili sospetti ma scarsi indizi di colpevolezza - voluta dal titolare dell’inchiesta.
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