Barone, nuovo direttore della Normale: «È vero, siamo settari: apriamoci di più»
Parla Vincenzo Barone, eletto a capo della prestigiosa istituzione universitaria. "Da studente fui rifiutato dalla Scuola, questo il mio riscatto". "Al Governo chiederò di poter pagare stipendi più alti per attrarre i prof più bravi"
PISA. Non è un normalista, nel senso che non ci è cresciuto in Piazza dei Cavalieri, non si è formato con quella che Ilaria Gaspari, ex studentessa milanese, definisce nel suo romanzo “L’etica dell’acquario”, il codice morale con cui ti alleva la Normale, un «addestramento» all’individualismo, alla consapevolezza di far parte di una «indefinibile, inafferrabile eccellenza», ma anche di un «branco», dove la competizione diventa «ossessione», dove «l’ambizione è una vocazione mistica», l’elitarismo e l’isolamento una prerogativa. Vincenzo Barone, 64 anni, docente di chimica computazionale, da studente era perfino stato rifiutato dalla Normale, dove è approdato nel 2008 da docente. «Feci l’esame nel 1971, passai all’orale, ma poi fui respinto, non ero estremamente bravo in fisica, così mi iscrissi a Napoli». Eppure, in qualche modo, il nuovo direttore della Scuola Superiore è appena diventato il paradigma di quell’immagine mitologica. Ieri è stato eletto alla guida (entrerà in carica ad autunno) di quella che è l’istituzione universitaria più importante (e migliore) d’Italia succedendo a Fabio Beltram al termine di una carriera che assomiglia molto ad una scalata. Per i prossimi 4 anni metterà un po’ da parte i suoi studi sulle molecole pre-biotiche, quelle che hanno dato origine alla vita.[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.13666443:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pisa/cronaca/2016/06/15/news/vincenzo-barone-e-il-nuovo-direttore-della-normale-noi-un-modello-per-tutti-1.13666443]]
Professore, lo sente anche un po’ come un riscatto?
«L'ho detto: io sono uno strano esempio di persona a cui la Normale ha segnato la vita pur non essendoci entrato. Mi sono trasferito a Pisa perché volevo una città più piccola. Io sono nato ad Ancona, a Napoli arrivai da ragazzo. È bellissima, ma se non ci nasci non riesci mai davvero a sentirla tua. Così sono diventato direttore di un istituto del Cnr qui. Poi però la Normale lanciò una chiamata pubblica per reclutare professori di chimica. E, dopo una selezione molto dura, sono riuscito ad entrare. Guardi, guadagnavo molto di più da direttore al Cnr, ma ho preferito venire qua perché era il sogno della mia vita».
Dunque una scalata lampo, in otto anni?
«Più di così non posso fare» (ride...)
Da dove partirà la sua missione?
«Dobbiamo integrare di più le la parte scientifica e l'umanistica. Abbiamo vissuto un’epoca di iper-specializzazione del sapere, adesso credo si debba tornare ad una visione rinascimentale della conoscenza. Vorrei rafforzare la classe di lettere. Sono convinto che la chiave sia proporre una sintesi tra il modo di pensare e studiare dello scienziato e la capacità di una visione complessiva tipica dell’umanista, che salta in maniera intuitiva da una cosa all’altra. Credo che la Scuola debba essere un modello per l’esterno, per le università generaliste e per il Paese, formando persone ad avere spirito critico, ad elaborare risposte complesse».
La Normale deve dettare la linea?
«Deve sperimentare. La Scuola deve immaginare cosa sarà il mondo fra 20 o 30 anni e porsi il problema di formare persone capaci di affrontare quella realtà. E la chiave è la flessibilità. Non è più accettabile che la scuola formi soli ricercatori o insegnanti in lettere. Si può pensare ciò che si vuole del ministro Franceschini, ma è innegabile che si è ricominciato a investire sui Beni culturali. Lì c’è un’opportunità. E noi dobbiamo saperla cogliere per preparare figure capaci di entrare nel mercato»
Un direttore della Normale deve confrontarsi col governo. Da anni i rettori chiedono risorse, lo farà anche lei?
«Il nostro problema non è la scarsità di risorse. La nostra capacità di attrarre finanziamenti ci mette alla pari con le migliori università del mondo. Ci manca però la flessibilità. Uno dei motivi per cui i docenti non scelgono noi ma università americane o tedesche è che non possiamo pagare stipendi competitivi. Trovo assurdo che un docente di livello elevato non possa avere una parte di stipendio determinata e una parte di stipendio contrattabile, come tutti i dirigenti dello Stato. E trovo assurdo che la Scuola non possa pagarli pur avendo le risorse per farlo».
Ilaria Gaspari, vostra ex studentessa, nel suo romanzo racconta che la Scuola ignora la città e la città la Scuola, e che la Normale sia un posto dove «l’individualismo» e l’elitarismo sono «un collante di un ingordo spirito di corpo». Farà qualcosa per scrostare quest’immagine? E può essere un modello per il Paese?
«Il fatto che gli ultimi due direttori non siano due ex normalisti è già il segno che qualcosa è cambiato. A scienze l'individualismo è molto meno spinto visto che tutto il lavoro è fatto in gruppo, e anche a lettere le cose stanno migliorando. Certo, tutto questo non riduce il settarismo degli studenti rispetto alla città. È vero, gli studenti della Normale sono settari. Penso che su questo si debba fare molto. C'è un tema importante di rapporto fra la Normale e l'università statale, spero che si possa aprire un dibattito con il nuovo rettore per lavorare insieme con obiettivi diversi ma non in competizione. Questo significa far uscire dall'isolamento i ragazzi. Il senso di superiorità che un po' si coltiva qui va combattuto una collaborazione con la statale ci può far bene. Anche con la città vorrei un’integrazione più forte. Ma ci stiamo già provando. Abbiamo aperto la Scuola alle visite e proprio da poco la Torre di Ugolino».
A proposito, capitolo movida: c’è chi vorrebbe chiudere la piazza?
«Ecco l’esempio di una risposta banale, una non-risposta. Ma va trovata una soluzione per mantenere un minimo di ordine e decoro. Ne parlerò col sindaco».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
