Il Tirreno

Pisa

IL CASO

Morì mentre era al lavoro: annullate le condanne

di Pietro Barghigiani
L'azienda in cui si consumò la tragedia nel marzo 2011  e la vittima Andrea Banchellini
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L'azienda in cui si consumò la tragedia nel marzo 2011 e la vittima Andrea Banchellini

La Cassazione accoglie il ricorso dei due imputati: si dovrà tornare di nuovo davanti ai giudici della Corte d'Appello.

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PISA. Assolti in primo grado, condannati in appello e ora di nuovo davanti a una corte dopo l'annullamento della sentenza di secondo grado da parte della Cassazione. È dal marzo 2011 che i familiari di Andrea Banchellini, 28 anni, di Latignano, aspettano una risposta giudiziaria che chiuda una tragedia sul lavoro. Una di quelle morti bianche che diventano per i familiari condanne all'ergastolo del dolore. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei legali dei 2 imputati, Fabrizio Lupoli, 39 anni, amministratore delegato della Ecoacciai di Pontedera, e Massimo Scerna, 40 anni, difesi dagli avvocati Riccardo Carloni ed Enrico Marzaduri. Nell'annullare la condanna, è stato disposto un nuovo giudizio di fronte a un'altra Corte d'Appello, a Firenze.

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La storia è quella di un operaio di 28 anni che nel marzo 2011, mentre stava lavorando in un impianto di separazione dei metalli rimase impigliato nel nastro trasportatore in movimento, riportando la sub amputazione di un arto. Morì poco dopo al pronto soccorso di Pisa. Nella valutazione di contesto e testimonianze, la magistratura si è espressa finora con due sentenze opposte. Nel febbraio 2013 il gip del Tribunale di Pisa aveva assolto Lupoli e Scerna dall'accusa di omicidio colposo per insussistenza del fatto. Il giudice aveva «qualificato come abnorme l'azione posta in essere dal lavoratore infortunato, azione che risultava inspiegabile, rispetto alle mansioni assegnate al dipendente». Insomma, Banchellini era stato imprudente. Di qui l'infortunio mortale "che non poteva essere imputato all'assenza di formazione e a un addestramento adeguato e senza aver messo a disposizione una attrezzatura conforme alle norme antinfortunio". Una contestazione che, al contrario, per i giudici della Corte d'Appello è stata alla base della condanna per Lupoli e Scerna. In Cassazione il verdetto è stato annullato accogliendo le considerazioni dei legali.

«La Corte di Appello esclude l'abnormità del comportamento posto in essere dal lavoratore infortunato solo perché erra nel comprendere le dichiarazioni rese da Anicito (collega, ndr) - è la tesi della difesa -. Sotto altro aspetto, considerano che le operazioni di pulizia, con l'operatore che si posizionava sul piano vibrante, di cui pure parla l'Anicito, potevano essere svolte solo con l'impianto spento». Per gli avvocati di Lupoli e Scerna, l'operaio avrebbe dovuto fare manutenzione dell'impianto a terra col macchinario spento invece quel giorno era andato oltre azzardando una manovra, poi risultata fatale. Tra azzardo dell'operaio o responsabilità oggettiva del datore di lavoro, la Suprema Corte impone un nuovo processo per chiarire se qualcuno deve pagare per la morte sul lavoro di un giovane di 28 anni.

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