Il Tirreno

Pisa

Macché vituperio «Dante era pisano, fisso in Corso Italia»

di Mario Neri
Macché vituperio «Dante era pisano, fisso in Corso Italia»

Il prof Santagata ha ricostruito le tappe del poeta in Toscana «Pisa è una delle sue basi, trovò rifugio dall’imperatore Enrico»

4 MINUTI DI LETTURA





PISA. Va detto subito: in questa storia manca la pistola fumante. Tracce ematiche o di dna non ne sono mai state rinvenute, come amerebbe la fabbrica dei noir e dei thriller cresciuta negli ultimi anni sull’immaginario prodotto dai “versi immortali”. Ma neppure di una sparuta terzina incisa sulle mura in un attimo di follia graffitara o di un endecasillabo mezzo sbiadito su una missiva si è mai registrata testimonianza. Niente, di Dante neppure una firma, uno scarabocchio, una sigla autografa a Pisa.

«Ma parlano le sue opere per lui e ci sono molti, molti indizi storici per ritenere altamente probabile che Dante invece a Pisa abbia vissuto a lungo. Va dunque ridimensionato l’imperialismo dantesco ravennate e veronese», dice Marco Santagata. Il professore, tra i massimi esperti di lirica classica italiana, di Dante, Petrarca e petrarchismo, nonché Premio Strega nel 2006, ne è assolutamente convinto. È esistito un Dante pisano. I fiorentini si mettano l’anima in pace.

Il prof non è nuovo a questa teoria, la espose per la prima volta tre anni fa in occasione di un grande convegno, ma la rilancia ora presentando la rassegna “Dante posticipato” (vedi riquadro accanto). E lo fa aggiungendo un dettaglio. Uno dei luoghi in cui l’autore della Commedia potrebbe aver passato molto del suo tempo durante il suo soggiorno pisano è il Palazzo della famiglia Gambacorti, in Corso Italia, un tempo sede del cinema Astra oggi di una famosa catena commerciale. Ma andiamo con ordine. Come nasce la sua convinzione? Il professore ha incrociato alcuni dati storici ed elementi forniti dalle opere dell’Alighieri e le poche testimonianze.

«Per la maggior parte dei biografi Pisa non è stata una città dantesca». Insomma, non sarebbe mai entrata nella sua geografia esistenziale. Ma la logica della cronologia direbbe il contrario. Dante va in esilio nel 1302. Dal 1306 al 1308 vive fra la Lunigiana e Lucca sotto la protezione dei Malaspina. Poi, secondo i biografi “canonici”, troverebbe rifugio a Verona. Ma secondo il gruppo di studiosi di Santagata il filo della sua storia fa un altro giro.

«Noi sappiamo - dice il prof - che l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo, nell’inverno fra il 1311 e il 1312, si sposta a Genova e poi subito dopo elegge Pisa come la base di ogni suo viaggio, perché trasferisce la corte proprio nel palazzo di Corso Italia. Bene, Petrarca racconta di aver visto da bambino Dante proprio a Genova». Tutto lascia supporre che il poeta possa aver seguito l’imperatore anche a Pisa. «Un’ipotesi suffragata dalla ricca presenza di riferimenti alla legislazione imperiale nel Monarchia». Santagata è convinto che Dante abbia scritto il trattato politico a favore dell’impero proprio durante il periodo pisano. «A Pisa infatti non solo c’era la corte, ma tutti i documenti che servivano alla sua opera». Nel 1313 Enrico però muore, viene sepolto in Duomo, e il sogno di restaurazione dell’impero crolla. Dante che fa? Lui, guelfo bianco, in una città di ghibellini? E poi, non trova riparo da Cangrande della Scala, a Verona? «Non scherziamo, Dante era ormai diventato ghibellinissimo. Ritengo sia rimasto a Pisa fino al 1315 nell’orbita di Uguccione della Faggiuola, ghibellino. Dante lo conosceva e godeva della sua protezione, solo dopo la cacciata di Uguccione trova rifugio a Verona».

Ma come prof, e allora Ugolino il guelfo e la sua invettiva contro Pisa «vituperio delle genti»? «Tutto l’Inferno venne scritto prima che assumesse una visione decisamente filo imperiale, quando ancora cercava di essere riammesso a Firenze. Non è un caso che nella cantica da una parte ci siano personaggi come Guido da Montefeltro, condottiero ghibellino condannato e infamato, e dall’altra Ugolino, rappresentato come un martire eroico. Serviva per riconquistare la benevolenza dei fiorentini. Non poteva sapere che poi avrebbe vissuto a Pisa».

Insomma, ecco, Dante era un trasformista? «Beh... sì». Un opportunista. E i fiorentini che si erano illusi che il viaggio dei viaggi fosse un folle volo ultramondano di un anti pisano si arrendano pure. «Del resto - dice Cosimo Bracci Torsi, presidente della fondazione di Palazzo Blu - loro ci hanno scippato l’aeroporto e noi gli scippiamo un po’ di Dante».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Cecina, il parto in casa e il neonato morto in una busta: i dubbi da chiarire

di Claudia Guarino