Italia
Il vescovo pisano punge i livornesi
Monsignor Giusti: «Si vuole lo stipendio ma senza lavorare». Critiche al Comune
LIVORNO. Basta con le polemiche fini a se stesse, stop ai “no” detti per slogan, e unire le forze per il bene della città. È in sintesi il messaggio che ha lanciato monsignor Simone Giusti durante la veglia per il lavoro, alla vigilia del 1° maggio, organizzata come ogni anno dal Movimento Lavoratori dell’Azione cattolica. Stavolta l’evento si è svolto nella parrocchia di Sant’Agostino.
Durante la funzione, sono state ricordate le tragedie avvenute in ambito lavorativo negli ultimi trent’anni, ma anche quelle ambientali, sulle orme dell’enciclica “Laudato sì” di papa Francesco. Da parte del vescovo, invece, una vera e propria sferzata all’amministrazione, agli imprenditori, ma anche e soprattutto ai livornesi: per monsignor Giusti, la città deve cambiare passo. E in fretta.
Qui non c’è la cultura del lavoro. La prima tirata d’orecchie riguarda proprio i livornesi. E si comincia con un esempio piuttosto clamoroso. «L’anno scorso di questi tempi - ha denunciato il vescovo - aveva aperto una lavanderia industriale da 100 posti di lavoro: fatte le prime quindici assunzioni, dopo un mese in 10 erano già in malattia». E monsignor Giusti di certo non usa mezze parole per dire ciò che pensa. «Insomma - ha aggiunto il prelato - si vuole lo stipendio, ma non si vuole lavorare». Il vescovo ha raccontato di altri episodi simili, come «del cameriere che non voleva lavorare il sabato e la domenica», oppure «di chi si è rifiutato di lavorare oltre le 17 perché “doveva fare la sua vita”». Parole chiare e dirette, nette e dure, che hanno voluto sottolineare «la mancanza di cultura del lavoro nella nostra città». Più volte il vescovo ha rimarcato la gravità della situazione livornese, paragonandola anche con il resto della provincia, per esempio Piombino, «dove ora hanno acciaierie e grandi riparazioni navali», mentre «da noi - ha ripetuto per tre volte - quanta fatica».
Buoni solo a dire no. Ma ovvio che il j’accuse di monsignor Giusti era rivolto anche a chi governa la città, colpevole di essere in grado soprattutto di dire «no». E sottolineando come a Livorno «il risultato positivo c’è solo quando si blocca qualcosa», il vescovo ha ricordato alcuni episodi eclatanti, per esempio la discussione sull’approvazione della variante del prg portuale (approvata grazie alle opposizioni e con il voto del sindaco Nogarin). Ma non solo: anche «i 300 milioni della Regione per il nuovo ospedale, dove è stato detto solo “no”, per non fare poi nulla». Addirittura, il vescovo architetto ha aggiunto di aver chiesto «a chi di dovere» quale fosse il progetto alternativo al nuovo presidio, «ma l’unica cosa che mi è stata mostrata - ha confidato il prelato in tono polemico - è stato un foglio A3: e questo sarebbe un progetto?». Nell’elenco non poteva mancare anche la questione dei bacini di carenaggio («con la possibilità di assumere 300 persone, ma non si riesce ad andare avanti»). «Anche se ci sono i fondi - ha ripreso Giusti - a Livorno non siamo in grado di progettare e la causa spesso sono le polemiche pretestuose. Nel frattempo, però, ci sono persone che hanno perso gli ammortizzatori sociali».©RIPRODUZIONE RISERVATA
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