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Pisa

Cacciatore minaccia di sparare ai vicini: ritirato porto d’armi

Cacciatore minaccia di sparare ai vicini: ritirato porto d’armi

Respinto il ricorso al Tar contro la revoca della licenza Dovrà anche cedere il fucile. «Pericolo di gesti inconsulti»

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PISA. È sufficiente la minaccia di voler usare una pistola o un fucile, anche in assenza di condanna, per vedersi revocare il porto d’armi. Con un obbligo aggiuntivo: le armi devono essere vendute o cedute a persone non conviventi entro 150 giorni dalla notifica del provvedimento.

Lo ha stabilito il Tar respingendo il ricorso di un cacciatore pisano al quale questura e prefettura avevano revocato la licenza di porto d’armi per una serie di comportamenti sfociati in un’aggressione verbale alla vicina di casa condita dalla frase: «Stai attenta, te con me passi dei guai, io ti sparo, anzi do una fucilata a tutti». Era l’ottobre 2014 e l’episodio portò la donna a denunciare il cacciatore per ingiuria e minacce. Di qui l’istruttoria avviata dai carabinieri che portava alla luce «il coinvolgimento in una serie di liti di vicinato ed il pericolo concreto di gesti inconsulti con l'uso delle armi» si legge nella sentenza del Tar con cui vengono confermati i decreti di questura e prefettura del febbraio 2015. Contro la revoca, la doppietta ha fatto ricorso sostenendo l’eccesso di potere, la violazione del diritto alla difesa, illogicità e altri rilievi che i giudici amministrativi hanno respinto.

L’indole del cacciatore e i suoi precedenti litigi con i vicini sono stati decisivi per privarlo del fucile. Spiega il Tar che gli organi di pubblica sicurezza «dovendo perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati o fatti lesivi dell'ordine pubblico, ha un'ampia discrezionalità nel valutare l'affidabilità del soggetto di fare buon uso delle armi». Nel caso in questione, le valutazioni compiute da prefettura e questura «costituiscono appunto espressione di quella valutazione puramente probabilistica (e cautelativa) richiesta dalla giurisprudenza».

La litigata dell'ottobre 2014 per giudici e forze dell’ordine «si tratta di episodio che evidenzia un comportamento sicuramente incompatibile con quella valutazione prognostica (previsione, ndr) favorevole in ordine al corretto uso delle armi che è alla base dell'istituto autorizzatorio. Del tutto irrilevante è poi il fatto che si sia trattato di un comportamento che non è ancora sfociato in una sentenza di condanna».

Basta la denuncia del reato, supportata dal rapporto di una forza di polizia con cui il profilo del titolare venga definito nei dettagli, per arrivare alla revoca del porto d’armi. Sì, perché oltre alla minaccia di usare il fucile, il cacciatore ha avuto una valutazione negativa da parte dei carabinieri secondo i quali è stato «evidenziato il coinvolgimento del ricorrente in una frequente serie di liti di vicinato ed il pericolo concreto di gesti inconsulti con l'uso delle armi».

In un simile contesto, togliergli la licenza e imporgli di liberarsi del fucile, è stato ritenuto legittimo dal Tar. Per evitare che prima o poi quegli scatti d’ira si traducessero nel dito che preme il grilletto della doppietta.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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