«Via la politica dalla guida dei poli tecnologici»
L’ex ministra: affidiamo Pontedera e Navacchio a università e giganti industriali, li rilanceremo
PISA. «La politica faccia un passo indietro, lasci la gestione dei poli tecnologici a università e giganti dell’industria». Non lo dice mai Maria Chiara Carrozza, ex ministro dell'Istruzione e oggi deputata pisana del Pd, ma in fondo al suo ragionamento sembra esserci la lettura di una missione fallita: «La politica abbia il coraggio di farsi guidare dal mondo dell'innovazione per il futuro». Se lo farà «Pisa può diventare come Cambridge». Da giorni rilancia sul suo profilo Facebook il “modello” dell’università inglese. Un ateneo con un ruolo pubblico importante ma capace di rastrellare risorse enormi dal privato.
Un format da importare. «Lo stiamo già facendo al Sant’Anna con alcuni progetti in collaborazione con Piaggio, Ericsson e Telecom, ma va esteso». E per farlo Pontedera e Navacchio non possono essere guidati con logiche localistiche. «La politica - dice - ha operato quando c’era grande disponibilità di fondi pubblici, lanciando con lungimiranza l'idea dei poli tecnologici, adesso il sistema deve uscire dall’isolamento e agganciarsi al campus pisano». La prof lancia la sua idea in vista dell'Internet day in programma venerdì. Ma sabato ha incontrato Matteo Renzi al compleanno della Vespa e ha potuto accennare al premier qualcosa della sua ultima sfida da ricercatrice e parlamentare.
Carrozza, cosa ha detto a Renzi e perché l'Internet day sarà così importante. Di cosa si sta occupando?
«Di un rilancio sul territorio delle attività imprenditoriali che nascono dalla start up, in una chiave che è attuale rispetto alla nascita di Internet, ma che prende parte a quella tradizione. Per questo mi ha fatto molto piacere sapere che il presidente del Consiglio tornerà a Pisa. La sua presenza venerdì prossimo e quella di sabato scorso alla Piaggio dimostrano l'attenzione per la città e per gli insediamenti produttivi e scientifici della provincia. Inutile negarlo, in questi ultimi anni Pisa si è sentita un po' lontana dal cuore del governo. Sia Colaninno che Renzi hanno invece messo in evidenza quanto sia importante per Piaggio la collaborazione con la Scuola Sant'Anna e con i centri di ricerca pisani. E la giornata dedicata a Internet sarà un'occasione per le università e soprattutto per il Cnr».
Da dove partire per attuare questo rilancio?
«Il futuro di Pontedera, ad esempio, si fonda sullo sviluppo delle sue imprese, delle start up e su una collaborazione più stretta con le grandi aziende italiane e non. Dovremmo promuovere una catena virtuosa che elimini la frammentazione. Non serve a niente avere sul territorio realtà che non comunicano e non collaborano tra loro, o comunque che lo fanno troppo poco: da una parte il polo tecnologico di Navacchio e quello di Pontedera, dall'altra le grandi multinazionali come Ericsson, Telecom e Piaggio e infine le università e i centri di ricerca. Dobbiamo unire i puntini, e se ci riusciamo Pisa può diventare come Cambridge».
Che cosa intende, è una bella suggestione, ma realizzabile davvero?
«Per avere successo serve una formazione di alto livello, ma anche la grande impresa che fa da incubatore alle start up. Queste aziende in nuce, a volte promotrici di grande innovazione ma basate sulla sperimentazione e la ricerca, non possono nascere senza infrastrutture che le sostengano. Le start up non hanno un mercato diretto, il loro primo mercato può essere soltanto il mondo produttivo, che di per sé rappresenta la domanda o le sostiene entrando direttamente nella società».
Anche le università e i centri di ricerca devono aprirsi di più al privato?
«Sì, quello che sto cercando di promuovere è una nuova stagione di collaborazione fra Sant'Anna e Piaggio. Sta partendo un progetto regionale molto importante che riguarda quella che viene definita l'industria 4.0, il modello di produzione più avanzato che esista fondato su dispositivi di robotica e intelligenza artificiale. È un nuovo modello di collaborazione che potrebbe allargarsi ai poli tecnologici».
E l'Internet day come può aiutarvi?
«Può essere un'occasione per mostrare meglio questo modello al governo. Presenteremo il progetto che sta conducendo Ericsson anche insieme al Sant'Anna sul “5G per la Toscana”. Punta a sperimentare in regione l'Internet super veloce».
Torniamo a Cambridge. Qual è la ricetta vincente lì?
«È un esempio eccellente di cosa possa realizzare l'alta qualità scientifica se combinata ad iniziative imprenditoriali giovanili, fresche, e conoscenze e competenze delle grandi imprese. Un circolo virtuoso, e tutto a partire dal sistema universitario. Per questo credo che i poli tecnologici che abbiamo a Pontedera e Navacchio debbano rientrare nel campus universitario, anzi ne dovrebbero essere l'estensione. Non devono essere la Regione o la Provincia a gestirli, ma le università e i giganti dell'impresa».
Università e multinazionali nel board di gestione dei poli?
«Sì certo, l'università, la Normale e il Sant'Anna dovrebbero avere un ruolo molto importante ma anche il mondo della ricerca clinica e biomedica con l’ospedale di Cisanello. Queste sono le basi di una vera politica dell’innovazione. Io mi auguro che la Regione li affidi a persone che vengono dal mondo della ricerca».
Ma come? Sebbene sia stata rettrice, oggi anche lei fa politica…
«Io sono anche una ricercatrice e conosco le insidie della politica. Il mio suggerimento riguarda proprio le scelte, che devono essere mirate sulla competenza e sulla convivenza con la politica in senso virtuoso e non subalterno».
Una cosa che lamentano le università sono gli scarsi finanziamenti. Se affidati agli atenei i poli potrebbero risentire di questa mancanza cronica di risorse. Come e dove scovarle?
«È proprio questa la sfida. Non possiamo pensare di sopravvivere basandoci sui contributi della Regione o dello Stato, dobbiamo sopravvivere sul mercato, e per farlo serve che siano gestiti da chi conosce il mercato della ricerca, dello sviluppo e dell'industria. Il controllo dei poli deve essere affidato al binomio università-industria proprio perché i finanziamenti degli enti locali non ci sono più».
Come risponde a chi le direbbe che una ricerca al servizio dei privati non è vera ricerca?
«Che la produzione industriale e il mondo dei servizi vivono proprio della ricerca di base, pura, delle start up. Per questo mi rifaccio al modello di Cambridge, perché unisce le tre cose insieme: ricerca di grande livello, valorizzazione e sviluppo e infine mercato. Non è l'università al servizio delle grandi imprese, la connessione con loro sono le start up».
Sia Normale che università a ottobre avranno nuovi rettori. Lei dà il suo endorsement a qualcuno?
«No, ma se posso dare un consiglio dico di votare le persone di qualità scientifica che siano motivate e abbiano un alto profilo etico e umano. L'etica prima di tutto, e la competenza. Il futuro dell'università di Pisa credo sia molto legato alla scelta del rettore, rappresenta la visione dell'ateneo e i suoi valori».
E nel suo futuro che cosa c'è?
«Voglio occuparmi di questi progetti, creare valore e posti di lavoro in questa città e non solo»
E questo lavoro potrebbe farlo anche da sindaco?
«Non credo, no, almeno nelle condizioni attuali. Al sindaco in questo momento vengono chieste altre qualità, molto politiche, di mediazione fra le correnti, di ricerca del consenso. In ogni caso spero ci sia un partito forte e unito che mi sostiene. La politica oggi si occupa poco del futuro, ha una visione a breve termine sotto la spinta del populismo»
Un po' delusa dall'esperienza in Parlamento?
«No, il contrario, a me ha dato molto, e consiglio a chi parla male della politica di provare a impegnarsi in prima persona per un periodo. Sono però preoccupata per il nostro territorio e il nostro Paese perché credo che manchi una visione a lungo termine. È quella che io vorrei interpretare».
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