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Pisa

la sociologa

«Chiudere i minimarket non serve la salvezza è offrire nuovi spazi»

«Chiudere i minimarket non serve la salvezza è offrire nuovi spazi»

PISA. La guerra a minimarket «non risolverebbe i problemi della movida molesta». Attuare anche a Pisa il piano varato da Nardella a Firenze contro i negozi selvaggi, il degrado e l'abuso di alcol...

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PISA. La guerra a minimarket «non risolverebbe i problemi della movida molesta». Attuare anche a Pisa il piano varato da Nardella a Firenze contro i negozi selvaggi, il degrado e l'abuso di alcol «non servirebbe». Ne è convinta Sonia Paone, ricercatrice di sociologia urbana all'Università di Pisa. Salvare il centro storico è possibile: la ricetta però non è chiudere, ma aprire. «Aprire spazi e servizi per la collettività che favoriscano l’incontro e la relazione e siano slegati dalle logiche di consumo, dalla mercificazione che ha profondamente trasformato la città».

Dottoressa Paone, i dati ci dicono che non c'è la fuga dei residenti dalla movida. Tanto rumore per nulla?

«La fuga dei residenti c'è stata molti anni fa. Se i dati confermano un raddoppio degli stranieri fra i residenti, certificano un cambiamento significativo, credo determinato dalla grandi trasformazione in atto in tutte le città».

Effetto della globalizzazione allora?

«La globalizzazione ha anche essa modificato le città riempiendole di grandi catene commerciali, anche a Pisa è così sono sparite molte attività commerciali tradizionali. In Borgo stretto e in Corso Italia dominano le grandi catene e nella zone in cui si è sviluppata la movida i locali che basano il proprio business sul consumo di bevande alcoliche».

Quindi attuare anche qui il piano Nardella potrebbe avere senso?

«No, non penso. Prendiamo Piazza delle Vettovaglie. Il mercato quasi non esiste più ma non per colpa dei minimarket, che sono molto pochi rispetto agli altri locali. La movida e tutto il suo corollario di illegalità non sparirebbe solo chiudendo quelli».

Dunque, misure inutili?

«Fuorvianti rispetto a problemi più grandi, legati alla mercificazione delle città e dei centri storici e alla crisi dello spazio pubblico e alla mancanza di una visione più ampia delle politiche urbane. Trovo più utile l'ordinanza del sindaco che vieta la nascita di nuovi esercizi. Ma la battaglia contro la movida molesta è persa in partenza se si fonda sull'equazione minimarket e kebab uguale degrado».

Certo, non si può dire che l'aumento degli stranieri non abbia influito sull'identità delle città d'arte. In fondo di etnico i minimarket non hanno niente.

«Vero, ma non possiamo più immaginare una difesa ad oltranza della tradizione, soprattutto se si lega solo alle ragioni della sicurezza e del decoro. L'identità culturale di una città va rilanciata e attualizzata, e gli stranieri, se integrati, possono diventare un importante motore di cambiamento».

Ma i cittadini avranno diritto al sonno?

«Certo. Ma la battaglia contro le degenerazioni della movida si vince offrendo servizi e spazi per la condivisione e l'incontro. A Parigi, lungo la Senna, ci sono spiagge pubbliche, sempre piene di gente. Luoghi con i giochi per i bambini o attrezzature sportive, ad esempio, potrebbero essere una soluzione. Se si diversifica l'offerta di un luogo, cambieranno anche i modi di viverlo».

(m.n.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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