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Pisa

Le tradizioni cittadine incise nel Dna

Le tradizioni cittadine incise nel Dna

“Quei lumini di bellezza e ragione” il suo ultimo pezzo sulla Luminara

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PISA. Ricordare Marco Barabotti significa sfogliare la storia e la cronaca degli ultimi 30 anni della città che lui ha amato, nel vero senso della parola, e ha conosciuto nelle sue pieghe di struggente bellezza, con un occhio speciale: quello di cronista e di pisano doc. La sua penna ha spaziato ovunque. I suoi articoli hanno raccontato e documentato eventi di ogni tipo. La cronaca, quella vera, era il suo pane quotidiano. Migliaia di articoli. Migliaia di testimonianze. Come quelle raccolte sul digiuno di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. O dare voce agli atti di autolesionismo di altri detenuti del carcere Don Bosco che scrissero al ministro Giovanni Maria Flick per un trattamento più umano dietro le sbarre. Cronaca, ma anche tanta politica nella sua esperienza di giornalista e caposervizio della redazione pisana del Tirreno. Fu lui infatti che per primo, nel lontano 1998, capì e scrisse che l’allora sindaco Piero Floriani non sarebbe stato più ricandidato. Poi, il Gioco del Ponte e le regate delle Repubbliche Marinare che seguiva in quel di Genova e Venezia, lui che era stato un vogatore in Arno. E la Luminara, quella grande festa pisana che Marco aveva scolpita nel Dna. Se avesse potuto avrebbe riacceso ogni singolo lumino che il vento di San Ranieri per dispetto spegneva qua e là. “Quei lumini di bellezza e ragione”, intitolava il suo pezzo il 12 giugno, un po’ come il bambino che vuole anticipare l'arrivo del Natale.

Poi, il suo amato Pisa, la squadra che tratteggiava più azzurra che nera. Come un tifoso-erudito, un padre affettuoso capace di difendere l’indifendibile tenendo per sé nel cuore e nel cervello la sua consapevolezza che la città meritava di più. Un Pisa che ha seguito fino all’ultimo, anche quando la malattia gli aveva impedito di potersi recare fisicamente allo stadio. Ma non di scrivere. Ed ecco che immancabilmente via mail arrivava in redazione il suo pezzo. Graffiante e oggettivo come sempre. Grande Marco! Con te abbiamo fatto un lungo pezzo di strada. Ci hai insegnato i segreti di questo mestiere che affrontavi ogni giorno con umiltà e onestà intellettuale. «Fare il giornalista - ci dicevi - è il lavoro più bello del mondo». Ed i tuoi occhi si illuminavano. Come quando, appena andato in pensione, comprasti un ipad. «Con questo, anche se non sono più in redazione - commentasti fiero - sono sempre collegato». Mantenendo la promessa, fino a che le forze te lo hanno permesso. Sei stato un ottimo caposervizio, ma soprattutto un grande amico. Ci mancherai.

Carlo Venturini

Roberta Galli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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