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Accusato d’inneggiare alla jihad: resta in carcere
La Corte di Cassazione respinge il ricorso degli avvocati Mannocci e Meoli che difendono il marocchino di 25 anni residente in provincia di Pisa
PISA. Resta in carcere Jalal El Hanaoui, l’italo-marocchino di 25 anni arrestato lo scorso 6 luglio nella sua abitazione a Ponsacco con l’accusa di istigazione al terrorismo tramite Facebook. Lo ha deciso la Corte di Cassazione respingendo il ricorso presentato dai legali del nordafricano, Tiziana Mannocci e Marco Meoli che avevano impugnato il rigetto del Tribunale del Riesame al quale, lo scorso 28 luglio, era stata chiesta la scarcerazione del loro assistito. Per Jalal El Hanaoui, che risiede in Italia da quando aveva otto anni e si trova attualmente recluso nel carcere Don Bosco di Pisa, è già stato stabilito il giudizio immediato, come richiesto dal pm antimafia Angela Pietroiusti al gip del Tribunale di Firenze Anna Liguori. Il processo in cui è imputato il nordafricano, che ha sempre respinto le accuse e nel corso di un interrogatorio del mese scorso avrebbe anche preso esplicitamente le distanze dall'Isis e dall'islamismo radicale in genere, inizierà il prossimo 19 febbraio davanti alla Corte d'Assise di Pisa. Tra accusa e difesa, intanto, è sfida aperta. Gli avvocati del giovane restano infatti su una posizione diametralmente opposta rispetto a quella della Procura, circa le responsabilità del giovane disoccupato. Lo hanno detto e ripetuto più volte negli ultimi giorni: «Il giudice ha disposto il giudizio immediato chiesto dal pubblico ministero, ritenendo la sussistenza di una evidenza della prova che per noi però non c’è affatto».
Gli avvocati stanno decidendo se chiedere per El Hanaoui il rito abbreviato (che garantirebbe lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna) o quello ordinario. È un caso complesso: per la Dda fiorentina e la Digos di Pisa che hanno condotto le indagini, Jalal avrebbe divulgato su diversi profili Fb da lui gestiti, documenti, video e messaggi incitanti all’odio verso gli Stati e le società non islamiche e inneggianti al compimento di atti di violenza e al martirio con finalità terroristiche. Basti pensare a un post del 9 giugno scorso sul gruppo Fb “L’Islam e il sublime Corano” dove il 25enne avrebbe pubblicato “una foto da lui modificata inserendovi il vessillo-simbolo in uso all’Isis e la frase ‘Esegui la preghiera. Essa è la tua salvezza’. Un’accusa che Jalal ha contestato negli interrogatori: «Non ho mai pubblicato la bandiera dell'Isis, quella immagine raffigura i sigilli dei documenti del Profeta e viene impiegata impropriamente da chi invece in questo modo sporca l'Islam».
Toccherà ai giudici pisani fare definitivamente chiarezza.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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