Il Tirreno

Pisa

Pentiti ma non del tutto rapinavano i commercianti

di Mario Neri
Pentiti ma non del tutto rapinavano i commercianti

Due arresti a Pisa, erano sotto protezione per aver testimoniato contro la Camorra

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PISA. Usavano lo scudo dello Stato come un’immunità, la protezione riservata ai pentiti di mafia come un’arma contro lo Stato. Ci sono una protervia e uno sprezzo dell’etica pubblica al limite della stupidità nella faccia tosta con cui due collaboratori di giustizia, e alcuni loro familiari, negli ultimi mesi scorrazzavano per Pisa e chissà quali altre città d’Italia mettendo a segno rapine e colpi fra bar e supermercati, un’incredibile abuso degli anticorpi democratici alla criminalità organizzata che in queste ore gli inquirenti malsopportano addirittura il dovere di segretezza sulla loro identità.

Sono cinque arresti che bruciano quelli messi a segno ieri mattina dalla polizia di Pisa insieme a quelle di Roma e Alessandria. Due pentiti, le loro compagne e un loro familiare sono finiti in manette per una serie di rapine commesse in città fra aprile e maggio. Uno dei collaboratori di giustizia è un salernitano, fino ad alcuni anni fa legato ad un clan locale; l’altro è un romano con un passato criminale nella capitale. Entrambi sono stati catturati in città dopo mesi di indagini in cui gli uomini guidati da Rita Sverdigliozzi, capo della squadra mobile pisana, hanno seguito spostamenti e loro frequentazioni, acquisito testimonianze oltre alle immagini delle telecamere di sorveglianza piazzate in uno dei supermarket saccheggiati. Entrambi, quarantacinquenni, godevano di protezione da anni per aver testimoniato in processi contro la camorra. Uno di loro ora si trova in carrcere al Don Bosco, l’altro è invece ai domiciliari. Ai domiciliari anche le donne, una misura cautelare attenuata concessa per consentire loro di accudire i tre figli piccoli. A Regina Coeli invece il “palo” del gruppo, un malvivente che in passato era già stato arrestato per rapina proprio dagli agenti pisani. «Non tornerò più dalle vostre parti, Pisa mi porta sfortuna», avrebbe detto ai poliziotti durante l’arresto.

Nel mirino degli inquirenti soprattutto due episodi. Sono loro infatti gli autori del colpo alla tabaccheria Ferrari di Sant’Ermete del 4 aprile scorso. I banditi fecero irruzione nel locale a volto coperto e armati di pistola e si portarono via un bottino di 2.600 euro. E centinaia di euro li portarono via anche al Tuodì, a maggio. Nel supermercato della frazione di Putignano entrarono minacciando la cassiera con un coltello e un taglierino.

In entrambi i casi hanno utilizzato lo stesso metodo. Hanno rubato un’auto per compiere i colpi agli esercizi commerciali (di cui si sono disfatti) e soprattutto hanno utilizzato i familiari come complici. Le compagne facevano da specchiettiste, entravano nei negozi con un bambino fingendosi normali clienti per controllare che all’interno non ci fossero guardie o poliziotti, uscivano e davano il via alle operazioni.

Adesso sono accusati di rapina aggravata, furto e ricettazione. I pentiti perderanno i benefici concessi dal programma di protezione (alloggio e stipendio) ma potrebbero addirittura venir estromessi dalle liste dei collaboratori di giustizia. «Avevano alloggio e stipendi più che dignitosi, a che scopo compiere rapine? La verità è che questi criminali non si accontentano mai», confida una fonte inquirente. Adesso però i pentiti si pentono. Sono spaventati. Loro e chi a loro si è affiliato per saccheggiare bar e supermercati. Per questo chi è in carcere è stato messo in regime di isolamento.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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